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domenica 27 febbraio 2011

LA CASA DEGLI SPIRITI - Isabel Allende

[...]
Barrabàs arrivò in famiglia per via mare, annotò la piccola Clara con la sua delicata calligrafia. Già allora aveva l'abitudine di scrivere le cose importanti e più tardi, quando rimase muta, scriveva anche le banalità, senza sospettare che, cinquant'anni dopo, i suoi quaderni mi sarebbero serviti per riscattare la memoria del passato, e per sopravvivere al mio stesso terrore. Il giorno in cui arrivò Barrabàs era Giovedì Santo. Stava in una gabbia lercia, coperto dei suoi stessi escrementi e della sue stessa orina, con uno sguardo smarrito di prigioniero miserabile e indifeso, ma già si intuiva - dal portamento regale della sua testa e dalla dimensione del suo scheletro - il gigante leggendario che sarebbe diventato. Era quello un giorno noioso e autunnale, che in nulla faceva presagire gli eventi che la bimba scrisse perché fossero ricordati e che accaddero durante la messa delle dodici, nella parrocchia di San Sebastiàn, alla quale assistette con tutta la famiglia.
In segno di lutto, i santi erano coperti di drappi viola, che le beghine toglievano ogni anno dalla polvere dell'armadio della sacrestia, e, sotto i lenzuoli funebri, la corte celeste sembrava un cumulo di mobili in attesa del trasloco, senza che le candele, l'incenso o i gemiti dell'organo potessero opporsi a questo pietoso effetto. Minacciose masse scure si ergevano al posto dei santi a grandezza naturale, con le loro facce tutte identiche dall'espressione raffreddata, le loro elaborate parrucche di capelli di morto, i loro rubini, le loro perle, i loro smeraldi di vetro colorato e i loro abiti da nobili fiorentini. L'unico favorito dal lutto era il patrono della chiesa, San Sebastiano, perché nella settimana santa veniva risparmiato ai fedeli lo spettacolo del suo corpo contorto in una posizione indecente, trafitto da mezza dozzina di frecce, grondante sangue e lacrime, come un omosessuale sofferente, le cui piaghe, miracolosamente fresche grazie al pennello di padre Restrepo, facevano tremare di ribrezzo Clara.
Era quella una lunga settimana di penitenza e digiuno [...].

E in quel momento, come avrebbe ricordato anni dopo Nivea, in mezzo alla trepidazione e al silenzio, si udì ben nitida la voce della piccola Clara.
- Pst! Padre Restrepo! Se il racconto dell'inferno fosse tutta una bugia, saremmo proprio fregati...
Il dito indice del gesuita, che era rimasto a mezz'aria per indicare nuovi supplizi, rimase sospeso come un parafulmine sopra la sua testa. La gente smise di respirare e quelli che stavano con la testa a ciondoloni si ripresero. I coniugi della Valle furono i primi a reagire sentendo che li invadeva il panico e vedendo che i loro figli cominciavano ad agitarsi nervosi. Severo comprese che doveva far qualcosa prima che esplodesse la risata collettiva o si scatenasse qualche cataclisma celeste. Prese sua moglie per un braccio e Clara per il collo e uscì trascinandole a grandi falcate, seguito dagli altri figli che si precipitarono in gruppo verso la porta. Riuscirono a uscire prima che il sacerdote avesse potuto invocare un fulmine che li trasformasse in statue di sale, ma dalla soglia udirono la sua terribile voce di arcangelo offeso.
- Indemoniata! Superba indemoniata!
[...]

Da "La casa degli spiriti", di Isabel Allende, Ed. Universale Economica Feltrinelli, 1997, pp.11-12; 16.

lunedì 14 febbraio 2011

MIGUILIM - João Guimarães Rosa

[...]
"Adesso m'insegni ad armare le trappole..." chiedeva Dito, quando l'inverno cessò di colpo, i pappagalletti verdi già passavano, con vocìo trillato, era così bello prima.
A Dito non aveva il coraggio di dir di no. Ma la trappola non veniva come doveva, anche Dito ci si provò, osservava serio, solo lo zio Terêz ne era capace. Per tutto, lo zio Terêz stava lontano.
Tornasse lo
zio Terêz, Miguilim conversava. "Il sanhaço pigola come un flauto... Sembra che impari a suonare..." "Cos'è il flauto, zio Terêz?" Flauto era come uno zufolio, di strumento, somigliava in meglio al pigolio del sanhaço grande, a quel ioioioim... Zio Terêz non doveva farne uno per lui, di bambù, di cannuccia di papaia? Ma, poi, di certo se n'era dimenticato, mai che nessuno avesse tempo, quasi nessuno, avevano tutti da lavorare.

Tomezinho e Dito correvano, nel patio, ognuno con un pezzo di pertica, erano cavallini cui era stato dato perfino il nome. "Giocare, Miguilim!" Giocare a nascondino. Anche la Chica e Drelina giocavano, i cani abbaiavano in modo diverso. Gig
ão quasi che sapeva giocare pure lui. Miguilim correva, sentiva un dolore da una parte. Si arrestava, non aveva più il coraggio di respirare. Non voleva staccarsi dal posto - il dolore dove andar via. Così da un momento all'altro, appena un principio di dolore, che veniva, si posava - allora in un istante, non poteva anche desistere dal posare in lui, e andare via? Se ne andava. Ma non voleva dire niente, lui lo sapeva, e si scorò.

Già era etico. Dunque, doveva morire, proprio, la medicina del sor Deogratias non serviva a niente.
"Dito, che giorno è oggi?"
Dunque, doveva morire; bisognava che pensasse come se già fosse una persona grande? Alzò le manine, tappandosi gli occhi. Il guaio era che uno bisognava che cercasse di pensare soltanto alle cose che doveva fare, ma era la testa che pensava per proprio conto - quel che gli si presentava era ogni sorta di brutte idee su quel che poteva succedere! Meglio le storie. Quella del padre del sor Soande vivo, storia dell'uomo farmacista, Soande. Quello, un bel giorno, pensò di essere arrivato al punto giusto, capace di navigare diritto al cielo, privilegio speciale; e allora dispose di tutto quello che aveva, si accomiatò da tutti, e salì su un albero, di mattina presto, esclamò:
"Bello, bello, che vo in Cielo..." e si lasciò andare, per volare; capitombolò di lassù, si fece molto male in terra. "Ben gli sta!" commentava Nonna Izidra. "Chi pensa di meritare il Cielo, finisce sempre a casa del diavolo!..." Nonna Izindra criticava tutti.

Da "Miguilim", di João Guimarães Rosa, Ed. Universale Economica Feltrinelli, 1999, pp. 49-50