[...]
Il merito dei suoi successi va tuttavia diviso con l'Homebrew.
Oggi Wozniak ritiene che quella prima riunione abbia segnato l'inizio della rivoluzione informatica, oltre a essere stata una delle serate più importanti della sua vita. Se volessimo perciò analizzare le condizioni che hanno permesso a Woz di essere tanto fecondo, potremmo puntare il dito su quel club di appassionati dalla mentalità e dagli interessi affini, e concludere che i traguardi da lui raggiunti sono il fulgido esempio di un approccio collaborativo alla creatività. Se ne potrebbe concludere che gli ambienti a elevata socialità siano il luogo in cui ferve l'innovazione.
E ci sbaglieremmo.
Pensate a cosa fece Wozniak dopo quella riunione a Menlo Park. Strinse forse un sodalizio con altri membri dell'Homebrew per lavorare al progetto del suo computer? No. (Continuò tuttavia a partecipare agli incontri del club, due mercoledì al mese.)
Si mise forse alla ricerca di un grande open space animato da una vivace baraonda nel quale le idee potessero sbocciare per impollinazione incrociata? No. Leggendo il suo racconto del processo lavorativo su quel primo pc, l'aspetto più eclatante è che Wozniak era sempre da solo. [...]
Da Quiet, di Susan Cain, Bompiani, 2015, p.101.
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domenica 6 ottobre 2019
QUIET - Susan Cain
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DANCE DANCE DANCE - Murakami
[...]
Uscii dal cinema e vagai senza meta per Shibuya.
Erano cominciate le vacanze di primavera, e le strade erano invase da frotte di studenti. Andavano al cinema, poi fatalmente da Mc Donald's a mangiare fast food, a comprare ogni genere di oggetti inutili nei negozi raccomandati da riviste come "Popeye", "Hot Dog" e "Olive", e spendevano un po' di monete ai videogame. Davanti a ogni negozio c'erano altoparlanti che diffondevano musica. Stevie Wonder, Hall & Oates, le marcette dei locali di pachinko, gli inni militari sparati a tutto volume dalle auto che facevano propaganda ai gruppi di estrema destra, e altro ancora, contribuivano a produrre un unico caotico rumore di fondo. Per giunta davanti alla stazione di Shibuya c'era un comizio elettorale.
[...]
- Da dove mi chiami? - chiesi.
- Sono ancora nell'appartamento di Akasaka. Non ti va di fare una passeggiata in macchina?
- Mi dispiace ma adesso non posso. Sto aspettando un importante telefonata di lavoro. Facciamo un'altra volta. Ah, a proposito di quello che mi hai detto ieri, hai visto davvero un uomo ricoperto da una pelle di pecora? Mi racconti meglio questa storia? È molto importante.
- Facciamo un'altra volta, - disse, e riagganciò di scatto.
Andiamo bene, sospirai, e restai per [...]
Da Dance, Dance, Dance, di Murakami, Einaudi Super ET, 2015, pp. 159, 161
Uscii dal cinema e vagai senza meta per Shibuya.
Erano cominciate le vacanze di primavera, e le strade erano invase da frotte di studenti. Andavano al cinema, poi fatalmente da Mc Donald's a mangiare fast food, a comprare ogni genere di oggetti inutili nei negozi raccomandati da riviste come "Popeye", "Hot Dog" e "Olive", e spendevano un po' di monete ai videogame. Davanti a ogni negozio c'erano altoparlanti che diffondevano musica. Stevie Wonder, Hall & Oates, le marcette dei locali di pachinko, gli inni militari sparati a tutto volume dalle auto che facevano propaganda ai gruppi di estrema destra, e altro ancora, contribuivano a produrre un unico caotico rumore di fondo. Per giunta davanti alla stazione di Shibuya c'era un comizio elettorale.
[...]
- Da dove mi chiami? - chiesi.
- Sono ancora nell'appartamento di Akasaka. Non ti va di fare una passeggiata in macchina?
- Mi dispiace ma adesso non posso. Sto aspettando un importante telefonata di lavoro. Facciamo un'altra volta. Ah, a proposito di quello che mi hai detto ieri, hai visto davvero un uomo ricoperto da una pelle di pecora? Mi racconti meglio questa storia? È molto importante.
- Facciamo un'altra volta, - disse, e riagganciò di scatto.
Andiamo bene, sospirai, e restai per [...]
Da Dance, Dance, Dance, di Murakami, Einaudi Super ET, 2015, pp. 159, 161
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NON PERDERTI IN UN BICCHIER D'ACQUA IN AMORE - Richard e Kristine Carlson
[...] Un giorno Kris stava parlando con una donna di quanto sia difficile restare nei limiti del budget familiare e la signora le diceva di essere molto arrabbiata col marito, perché durante l'intervallo per il pranzo, in ufficio, lui voleva sempre andare a mangiare un boccone al bar, invece di portarsi da casa quello che gli preparava lei. Per lei si trattava di una vera e propria stravaganza, di uno spreco di denaro che poteva minare il loro futuro finanziario. In fondo, diceva giustamente lei: "Lui spende sette o otto dollari ogni volta, mentre io potrei preparargli un delizioso pranzetto con tre dollari soltanto".
Ma il marito vedeva la faccenda in modo [...]
da Non perderti in un bicchier d'acqua in amore, di Richard e Kristine Carlson, Bompiani, 2016, p. 77.
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mercoledì 15 giugno 2011
HAROLD E MAUDE - Colin Higgins
[...]
Harold uscì dal banco e la vecchia lo seguì.
"Che ne pensa di quel vecchio grassone di Tom?" gli chiese.
"Chi?" fece Harold.
"San Tommaso d'Aquino, laggiù. Ho visto che lo guardava."
"Penso che sia... ehm... un grande pensatore."
"Oh, si. Ma un po' fuori moda, non le pare? Come il cigno arrosto. Oh, santi numi! La guardi."
Si fermarono davanti al mesto ritratto della Madonna.
"Me lo presta?" disse, prendendo il pennarello dal taschino della giacca di Harold. Con pochi abili tocchi disegnò un allegro sorriso sulla bocca della Vergine.
Harold si guardò in giro per vedere se qualcuno li osservava.
"Ecco fatto. Così va meglio," disse la vecchia. "Non danno mai alla poverina la possibilità di ridere. E pensare che ne ha di motivi per essere felice. A dir la verità, " aggiunse, guardando varie statue in fondo alla chiesa, "tutti loro hanno di che essere felici. Mi scusi."
Harold fece un gesto poco convinto per riavere il pennarello, ma senza risultato. La vecchia era già in fondo alla chiesa a disegnare sorrisi su san Giuseppe, sant'Antonio e santa Teresa.
"Un santo infelice è una contraddizione in termini," spiegò.
"Ehm, già," fece Harold nervosamente.
"E perché poi insistono con quello?"
Harold sollevò lo sguardo verso un crocifisso.
"Si direbbe," disse lei varcando la soglia, "che nessuno abbia mai letto la fine della storia."
Harold la seguì in strada.
"Ehm, adesso potrei riavere il mio pennarello, per favore?" chiese.
"Oh, ma certo," rispose lei, dandoglielo. "Come si chiama?"
"Harold Chasen."
"Molto lieta." Gli sorrise. "Io sono la contessa Mathilda Chardin, ma può chiamarmi Maude."
Quando sorrideva, le rughe intorno agli occhi li facevano sembrare ancora più azzurri e lucenti.
Harold le porse educatamente la mano. "Lieto d'averla conosciuta," disse.
Lei gli strinse la mano. "Credo che saremo grandi amici, non è vero?" Estrasse dalla borsetta un grosso mazzo di chiavi e aprì la portiera dell'auto posteggiata accanto al marciapiede.
"Posso accompagnarti, Harold?" gli chiese.
"No," rispose Harold in fretta. "Grazie. Ho la mia auto."
"Bene allora, io devo andarmene. Arrivederci."
In chiesa padre Finnegan guardava esterrefatto le statue sorridenti.
Maude fece rombare il motore e tolse il freno a mano.
"Harold," gli gridò, "sai ballare?"
"Che cosa?"
"Sai cantare e ballare?"
"Ehm, no."
"No." Sorrise con aria triste. "Me l'immaginavo." Premette l'acceleratore. Con un terribile stridore di gomma che bruciava, l'auto si staccò fulmineamente dal marciapiede, sfrecciò giù per la strada e, ormai lontana, svoltò a velocità pazzesca dietro un angolo. Si riusciva ancora a sentire, in lontananza, il rumore dei cambi.
Harold restò con lo sguardo fisso in quella direzione, ancora sbalordito.
Anche padre Finnegan, uscito dalla soglia della chiesa, l'aveva vista partire. "Quella donna," disse, senza rivolgersi a nessuno in particolare, "ha preso la mia macchina." [...]
da "Harold e Maude", di Colin Higgins, Ed. i Garzanti, 1973, pp. 24-26.
Harold uscì dal banco e la vecchia lo seguì.
"Che ne pensa di quel vecchio grassone di Tom?" gli chiese.
"Chi?" fece Harold.
"San Tommaso d'Aquino, laggiù. Ho visto che lo guardava."
"Penso che sia... ehm... un grande pensatore."
"Oh, si. Ma un po' fuori moda, non le pare? Come il cigno arrosto. Oh, santi numi! La guardi."
Si fermarono davanti al mesto ritratto della Madonna.
"Me lo presta?" disse, prendendo il pennarello dal taschino della giacca di Harold. Con pochi abili tocchi disegnò un allegro sorriso sulla bocca della Vergine.
Harold si guardò in giro per vedere se qualcuno li osservava.
"Ecco fatto. Così va meglio," disse la vecchia. "Non danno mai alla poverina la possibilità di ridere. E pensare che ne ha di motivi per essere felice. A dir la verità, " aggiunse, guardando varie statue in fondo alla chiesa, "tutti loro hanno di che essere felici. Mi scusi."
Harold fece un gesto poco convinto per riavere il pennarello, ma senza risultato. La vecchia era già in fondo alla chiesa a disegnare sorrisi su san Giuseppe, sant'Antonio e santa Teresa.
"Un santo infelice è una contraddizione in termini," spiegò.
"Ehm, già," fece Harold nervosamente.
"E perché poi insistono con quello?"
Harold sollevò lo sguardo verso un crocifisso.
"Si direbbe," disse lei varcando la soglia, "che nessuno abbia mai letto la fine della storia."
Harold la seguì in strada.
"Ehm, adesso potrei riavere il mio pennarello, per favore?" chiese.
"Oh, ma certo," rispose lei, dandoglielo. "Come si chiama?"
"Harold Chasen."
"Molto lieta." Gli sorrise. "Io sono la contessa Mathilda Chardin, ma può chiamarmi Maude."
Quando sorrideva, le rughe intorno agli occhi li facevano sembrare ancora più azzurri e lucenti.
Harold le porse educatamente la mano. "Lieto d'averla conosciuta," disse.
Lei gli strinse la mano. "Credo che saremo grandi amici, non è vero?" Estrasse dalla borsetta un grosso mazzo di chiavi e aprì la portiera dell'auto posteggiata accanto al marciapiede.
"Posso accompagnarti, Harold?" gli chiese.
"No," rispose Harold in fretta. "Grazie. Ho la mia auto."
"Bene allora, io devo andarmene. Arrivederci."
In chiesa padre Finnegan guardava esterrefatto le statue sorridenti.
Maude fece rombare il motore e tolse il freno a mano.
"Harold," gli gridò, "sai ballare?"
"Che cosa?"
"Sai cantare e ballare?"
"Ehm, no."
"No." Sorrise con aria triste. "Me l'immaginavo." Premette l'acceleratore. Con un terribile stridore di gomma che bruciava, l'auto si staccò fulmineamente dal marciapiede, sfrecciò giù per la strada e, ormai lontana, svoltò a velocità pazzesca dietro un angolo. Si riusciva ancora a sentire, in lontananza, il rumore dei cambi.
Harold restò con lo sguardo fisso in quella direzione, ancora sbalordito.
Anche padre Finnegan, uscito dalla soglia della chiesa, l'aveva vista partire. "Quella donna," disse, senza rivolgersi a nessuno in particolare, "ha preso la mia macchina." [...]
da "Harold e Maude", di Colin Higgins, Ed. i Garzanti, 1973, pp. 24-26.
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