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domenica 24 marzo 2013

AL DI LA' DEL BENE E DEL MALE - Friedrich Nietzsche

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La religione e il significato religioso della vita attribuisce una luminosità solare a simili esseri umani sempre tormentati e rende tollerabile a loro stessi la visione di se stessi; essa opera come suole una filosofia epicurea, con effetto rinvigorente, raffinante, sui sofferenti di rango superiore; essa, per così dire, sfrutta la sofferenza, santificandola da ultimo e giustificandola addirittura. Forse non c'è nulla di più venerabile nel cristianesimo e nel buddismo della loro arte di istruire anche i più umili a porsi, tramite la devozione, in un apparente ordine superiore delle cose, e a tenersi stretto così l'accontentarsi dell'ordine reale, all'interno del quale vivono abbastanza duramente; e proprio questa durezza è necessaria!

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Da ultimo, ovviamente, per fare anche il bilancio negativo di simili religioni e mettere in evidenza la loro inquietante pericolosità: si paga sempre caro e in modo tremendo quando le religioni non vogliono stare in mano ai filosofi come mezzo di disciplina e di educazione, ma operano di per sé dominando, quando vogliono essere esse stesse fini e non mezzi accanto ad altri mezzi. Tra gli uomini come tra ogni altra specie animale c'è un residuo di malformati, malati, degenerati, fragili, necessariamente sofferenti; anche tra gli esseri umani i casi riusciti sono sempre l'eccezione, persino se si tiene conto del fatto che l'essere umano è l'animale non ancora stabilmente definitivo. [...]

da "Al di là del bene e del male", di Friedrich Nietzsche, Ed. Giunti Demetra, collana "acQuarelli", 2012 pp.93-94.


sabato 23 luglio 2011

I VERSI D'ORO DI PITAGORA - Fabre D'Olivet

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Io non concepisco come Kant, dando alla parola Vernunft il senso della parola latina ratio, ha potuto dire che è il più alto grado dell'attività di uno spirito che ha la potenza di tutta la sua libertà e la coscienza di tutte le sue forze: niente di più falso.
La ragione non esiste affatto nella libertà, ma al contrario nella necessità. Il suo movimento che è geometrico, è sempre costretto: è una conseguenza necessaria del punto di partenza e niente di più. Facciamo un profondo esame di tutto questo. La parola latina ratio, della quale Kant ha evidentemente seguito il senso, non ha mai tradotto esattamente la parola greca logos nel significato di verbo; e se i filosofi greci sostituivano talvolta la parola logos alla parola nous, ovvero il verbo alla intelligenza, prendendo l'effetto per la causa, a torto i romani tentarono di imitarli adoperando la parola ratio invece di mens e intelligentia. Provarono con questo la loro ignoranza e misero a nudo le funeste rovine che lo scetticismo aveva già prodotto fra loro.
La parola ratio si fonda sulla radice ra o rat che in tutte le lingue dove essa è comparsa vi ha portato l'idea di linea, di raggio, cioè di una linea retta tirata da un punto ad un altro. Così la ragione invece di essere libera, come ha preteso Kant, è tutto ciò che vi può essere di più ristretto, di più contenuto nella natura: è una linea geometrica, sempre soggetta al punto da cui emana e forzata a portarsi a colpire il punto verso quale è diretta, a meno di cessare di esser tale, cioè una linea retta. Ora, la ragione non essendo libera nel suo cammino, in sè stessa non è nè buona nè cattiva ma sempre analoga al principio del quale è la conseguenza. La sua natura di procedere è diritta: la sua perfezione non è altra cosa. Si va diritti in tutti i modi, in tutte le direzioni, in alto, in basso, a destra, a sinistra: si ragione giustamente tanto nella verità come nell'errore, nel vizio come nella virtù: tutto dipende dal principio da cui si parte e dal punto di vista da cui si guarda. La ragione non offre questo principio: essa non è padrona del segno che va a colpire, più della linea retta tirata sul terreno che non è padrona del punto che va a raggiungere. Questo punto, questo segno sono determinati a priori dalla posizione del ragionatore o del geometra. [...]

Da "I versi d'oro di Pitagora", di Fabre D'Olivet, Ed. Gius. Laterza & Figli, 1931, pp. 77-78. (copia anastatica)

venerdì 17 dicembre 2010

I RITARDI DELLA PUNIZIONE DIVINA - Plutarco

"[...] In effetti, la divinità usa alcuni criminali come giustizieri di altri, quasi fossero dei boia pubblici, prima di annientarli: questo è il caso, a mio parere, della maggior parte dei tiranni. Come la bile della iena e il caglio della foca, animali immondi in tutto il resto, recano qualche giovamento contro le malattie, così contro alcuni popoli che richiedono un duro castigo il dio aizza l'amara ferocia di un tiranno, l'aspra durezza di un governante; e non elimina questo sconvolgimento doloroso prima di aver guarito e purificato il malanno".

da "Il demone di Socrate - I ritardi della punizione divina", di Plutarco, Ed. Adelphi Piccola Biblioteca 133, Par.7, vv.33-34, pag. 138.