[...]
la voce di mio padre tuonava: - Non fate malagrazie!
[...] gridava: - Non leccate i piatti! Non fate sbrodeghezzi! non fate potacci!
[...]
- È bello anche Gino, - diceva allora mia madre. - Com'è simpatico Gino! Il mio Ginetto! A me mi piacciono solo i miei figli. Io mi diverto solo con i miei figli!.
(NdR. Ripetete le precedenti frasi x 200 volte, e avrete Lessico Famigliare)
da Lessico Famigliare, di Natalia Ginzburg, Giulio Einaudi editore, "La biblioteca di Repubblica", 2003, pp.7, 56
giovedì 28 marzo 2013
domenica 24 marzo 2013
IL MAESTRO E MARGHERITA - Michail Bulgakov
[...]
"Ha consegnato tutto allora," rispose madame Duncil', ansiosa.
"Va bene," disse il presentatore, "quand'è così, bene. Se ha consegnato tutto, non possiamo fare altro che separarci da Sergej Gerardovic! Se lo desidera può lasciare il teatro, Sergej Gerardovic," e il presentatore levò la mano in segno di saluto con un gesto da zar.
Duncil' si voltò con calma e dignità e si avviò verso le quinte.
"Un minutino!" lo fermò il conférencier, "mi permetta, nel dirle addio, di mostrarle un ultimo numero del nostro programma" e batté ancora due volte le mani.
Il fondale nero si aprì e sul palcoscenico apparve una giovane donna bellissima in abito da ballo con in mano un vassoietto d'oro su cui era posato un pacco di biglietti legati con un nastro da caramelle e al collo un collier di brillanti che gettava tutt'intorno fiamme di luce azzurra, gialla e rossa.
Duncil' arretrò e si coprì di pallore. La sala ammutolì.
"Diciottomila dollari e un collier da quarantamila rubli d'oro," annunciò solennemente il conférencier, "custoditi da Sergej Gerardovic nella città di Char'kov a casa della sua amante, Ida Gerkulanovna Vors, che abbiamo il piacere di vedere dinanzi a noi e che ci ha amabilmente aiutato a trovare questi tesori senza prezzo ma anche senza scopo nelle mani di un privato cittadino. Molte grazie, Ida Geerkulanovna."
La bellissima giovane donna sorrise, i suoi denti scintillarono e le sue morbide ciglia fremettero.
"Dunque, sotto la sua maschera piena di dignità," il conférencier si rivolse a Duncil', "si nasconde un ragno vorace, accanito abbindolatore e bugiardo. Lei ci ha esasperati per un mese e mezzo con la sua ottusa ostinazione. Vada a casa, troverà il meritato castigo nell'inferno che le appronterà la sua consorte."[...]

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IL SIMBOLISMO DI ROL - Franco Rol
[...]
E sempre la Giordano riferisce la doppia testimonianza di una certa Ornella M., che smentisce quanto scritto dalla Dembech:
"La prima volta che ho contattato Rol è stato per risolvere un caso di una persona scomparsa. (...).
Mi chiese solamente il nome della persona scomparsa e, dopo qualche istante, incominciò a fornirmi tutta una serie di informazioni sulla persona in questione, iniziò a descrivere il luogo in cui si trovava, addirittura ciò che egli pensava in quel momento e tutto nei minimi dettagli. Non era, però, in grado di dirmi il nome del luogo in cui si trovava, anche se me lo aveva descritto, poiché, come disse Rol: "Solo Dio lo sa". Rimasi sconcertata.
Come poteva Rol fornire tutte quelle informazioni dettagliate? [...]
da "Il simbolismo di Rol", di Franco Rol, Ed. Franco Rol, 2009, pag. 456
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I PRIMI TRE MINUTI - Steven Weinberg
[...]
Un po' dopo. Qualche tempo dopo il quinto fotogramma si verifica un evento clamoroso: la temperatura cala fino al livello al quale i nuclei di deuterio acquistano stabilità. Una volta superata la strozzatura del deuterio, la catena di reazioni fra coppie di particelle descritta nel quarto fotogramma può dar luogo alla rapidissima costituzione di nuclei più pesanti. Non si ha però una formazione apprezzabile di nuclei più pesanti dell'elio a causa di altre strozzature: non esistono, infatti, nuclei stabili con cinque o otto particelle nucleari. Perciò, appena la temperatura raggiunge il punto in cui può formarsi deuterio, quasi tutti i neutroni restanti vengono fissati immediatamente in nuclei di elio. La temperatura precisa alla quale avviene questo fenomeno dipende in qualche misura dal numero di particelle per fotone, perché un'elevata densità di particelle renderebbe un po' più facile la formazione di nuclei. (Ecco perché ho dovuto designare questo momento in maniera vaga come "un po' dopo" il quinto fotogramma.) [...]
da "I primi tre minuti", di Steven Weinberg, Ed. Oscar Mondadori, collana "Saggi", 2011, pag. 100
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AL DI LA' DEL BENE E DEL MALE - Friedrich Nietzsche
[...]
La religione e il significato religioso della vita attribuisce una luminosità solare a simili esseri umani sempre tormentati e rende tollerabile a loro stessi la visione di se stessi; essa opera come suole una filosofia epicurea, con effetto rinvigorente, raffinante, sui sofferenti di rango superiore; essa, per così dire, sfrutta la sofferenza, santificandola da ultimo e giustificandola addirittura. Forse non c'è nulla di più venerabile nel cristianesimo e nel buddismo della loro arte di istruire anche i più umili a porsi, tramite la devozione, in un apparente ordine superiore delle cose, e a tenersi stretto così l'accontentarsi dell'ordine reale, all'interno del quale vivono abbastanza duramente; e proprio questa durezza è necessaria!
62
Da ultimo, ovviamente, per fare anche il bilancio negativo di simili religioni e mettere in evidenza la loro inquietante pericolosità: si paga sempre caro e in modo tremendo quando le religioni non vogliono stare in mano ai filosofi come mezzo di disciplina e di educazione, ma operano di per sé dominando, quando vogliono essere esse stesse fini e non mezzi accanto ad altri mezzi. Tra gli uomini come tra ogni altra specie animale c'è un residuo di malformati, malati, degenerati, fragili, necessariamente sofferenti; anche tra gli esseri umani i casi riusciti sono sempre l'eccezione, persino se si tiene conto del fatto che l'essere umano è l'animale non ancora stabilmente definitivo. [...]
da "Al di là del bene e del male", di Friedrich Nietzsche, Ed. Giunti Demetra, collana "acQuarelli", 2012 pp.93-94.
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LA VITA GUARDATA - Giampaolo Giudice
Notte di bambino
... Una di quelle notti di bambino,
in cui tutto è prodigio.
Dalla finestra sul mare entrano nella camera
le elegantemente disordinate danze dei gabbiani
nel cielo di Morfeo.
Il mare che suona al ritmo dei loro canti
lievemente posati sul vento
che li porta in dono all'orecchio.
Quella barca lontana.
Quella stella sfocata.
E tu,
che guardi.
E la notte,
che trattiene il respiro.
da "La Vita Guardata", di Giampaolo Giudice, Ed. Il Filo, collana "lePiume", 2008, pag. 67
... Una di quelle notti di bambino,
in cui tutto è prodigio.
Dalla finestra sul mare entrano nella camera
le elegantemente disordinate danze dei gabbiani
nel cielo di Morfeo.
Il mare che suona al ritmo dei loro canti
lievemente posati sul vento
che li porta in dono all'orecchio.
Quella barca lontana.
Quella stella sfocata.
E tu,
che guardi.
E la notte,
che trattiene il respiro.
da "La Vita Guardata", di Giampaolo Giudice, Ed. Il Filo, collana "lePiume", 2008, pag. 67
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venerdì 22 marzo 2013
APPUNTI PER UN ROMANZO - Jerome K. Jerome
[...]
"L'eroina," dissi, "è la nostra Amenda. Voi non la direste una ragazza a modo e abbastanza educata?"
"Incarna il mio ideale della rispettabilità senza ostentazione," rispose MacShaughnassy.
"Anch'io avevo questa opinione," risposi. "Potete immaginare, perciò, la mia meraviglia, quando la vidi passare una sera per il corso di Folkestone con un cappello di panama in testa (il mio cappello di panama) e il braccio di un soldato intorno alla vita.
Amenda era una fra le tante persone che seguivano la banda del terzo reggimento fanteria di Berkshire, allora accampato a Sandgate. Aveva negli occhi uno sguardo estasiato, e, più che camminare, danzava, mentre con la mano sinistra batteva il tempo.
In quel momento Ethelbertha era insieme a me. Noi guardammo la sfilata finché non sparì dietro l'angolo e poi ci lanciammo uno sguardo.
'No, è impossibile', mi disse Ethelbertha.
'Ma quello era il mio cappello', le feci notare.
Quando giungemmo a casa, Ethelbertha si mise a cercare Amenda, e io il cappello; ma non c'erano né l'una né l'altro.
Passarono le nove, passarono le dieci. Alle dieci e mezzo, scendemmo in cucina a cenare. Alle undici e un quarto, ritornò Amenda. Entrò in cucina senza dire una parola, appese il mio cappello dietro la porta, e cominciò a sparecchiare.
Ethelbertha si alzò, calma ma severa.
'Dove sei stata, Amenda?' Chiese.
'Sono andata un po' in giro coi soldati', rispose lei, senza interrompere il suo lavoro.
'Avevi il mio cappello', aggiunsi io.
'Si, signore', ammise Amenda, continuando a sparecchiare, 'è la prima cosa che mi è capitata tra le mani. E per fortuna non era il cappello della signora.'
Non so se Ethelbertha si fosse addolcita sentendo queste ultime parole; ma è probabile. In tutti i casi, riprese l'interrogatorio con un tono più rammaricato che arrabbiato.
'Tu camminavi abbracciata a un soldato, quando ti abbiamo visto, Amenda,' osservò mia moglie.
'Si, signora,' ammise Amenda, 'anch'io me ne sono accorta quando è finita la musica.'
Ethelbertha pensava alle sue domande. Amenda riempì d'acqua un tegame, e poi parlò.
'Sono un disonore per la vostra famiglia decorosa,' disse; 'nessuna padrona che si rispetti mi terrebbe un minuto di più. Dovrei essere messa sulla porta col mio baule e la mia paga di un mese.'
'Ma perché l'hai fatto allora?' Chiese Ethelbertha, con naturale stupore.
'Perché sono una sciocca, signora. Non posso controllarmi. Se vedo i soldati, non posso fare a meno di seguirli. È un vizio di famiglia. La mia povera cugina Emma era un'altra sciocca come me. Era fidanzata con un giovane rispettabile, che aveva una bottega, e tre giorni prima del matrimonio fuggì con un reggimento di marina a Chatham e sposò il sergente portabandiera. Questo è ciò che finirò per fare anch'io. Ho seguito fino a Sandgate i soldati, con cui m'avete vista, e ne ho baciati quattro... Che mascalzoni! Io sono una buona ragazza che può andare a passeggio con un lattaio stimabile.'
[...]
Per fortuna passavano la mattina presto, quando noi eravamo a casa; ma un giorno, ritornando a casa per il pranzo, sentimmo degli accordi lontani dileguarsi in direzione di Hythe Road. Affrettammo il passo. Ethelbertha corse in cucina: era vuota! Su, in camera di Amenda, vuota! La chiamammo. Nessuno rispose.
[...]
Nel pomeriggio, uscendo a far due passi in giardino, udii il fioco gemito d'una donna angosciata. Ascoltai attentamente, e il gemito si ripeté.
Mi sembrava la voce di Amenda, ma non capivo da dove venisse. Ma come arrivai in fondo al giardino, il suono mi pareva più vicino, e alla fine riuscii a scoprirne l'origine: proveniva da una casetta di legno, che il padrone di casa usava come la camera oscura per sviluppare le fotografie.
La porta era chiusa. 'Sei tu, Amenda?' Gridai nel buco della serratura.
'Si, signore,' rispose con voce soffocata. 'Mi fate uscire, per favore? La chiave è per terra accanto alla porta.'
La trovai, invece, sull'erba, a oltre un passo di distanza, e aprii.
'Chi ti ha chiuso qua dentro?' Le domandai.
'Sono stata io, signore,' rispose; 'mi son chiusa io e ho spinto la chiave sotto la porta. Ho dovuto farlo; se no, sarei scappata da quei maledetti soldati! Spero di non avervi scomodato, signore;' aggiunse, uscendo; 'ho lasciato il pranzo pronto.'
da "Appunti per un romanzo", di Jerome K. Jerome, Ed. Mattioli 1885, 2012, pp.163-167
"L'eroina," dissi, "è la nostra Amenda. Voi non la direste una ragazza a modo e abbastanza educata?"
"Incarna il mio ideale della rispettabilità senza ostentazione," rispose MacShaughnassy.
"Anch'io avevo questa opinione," risposi. "Potete immaginare, perciò, la mia meraviglia, quando la vidi passare una sera per il corso di Folkestone con un cappello di panama in testa (il mio cappello di panama) e il braccio di un soldato intorno alla vita.
Amenda era una fra le tante persone che seguivano la banda del terzo reggimento fanteria di Berkshire, allora accampato a Sandgate. Aveva negli occhi uno sguardo estasiato, e, più che camminare, danzava, mentre con la mano sinistra batteva il tempo.
In quel momento Ethelbertha era insieme a me. Noi guardammo la sfilata finché non sparì dietro l'angolo e poi ci lanciammo uno sguardo.
'No, è impossibile', mi disse Ethelbertha.
'Ma quello era il mio cappello', le feci notare.
Quando giungemmo a casa, Ethelbertha si mise a cercare Amenda, e io il cappello; ma non c'erano né l'una né l'altro.
Passarono le nove, passarono le dieci. Alle dieci e mezzo, scendemmo in cucina a cenare. Alle undici e un quarto, ritornò Amenda. Entrò in cucina senza dire una parola, appese il mio cappello dietro la porta, e cominciò a sparecchiare.
Ethelbertha si alzò, calma ma severa.
'Dove sei stata, Amenda?' Chiese.
'Sono andata un po' in giro coi soldati', rispose lei, senza interrompere il suo lavoro.
'Avevi il mio cappello', aggiunsi io.
'Si, signore', ammise Amenda, continuando a sparecchiare, 'è la prima cosa che mi è capitata tra le mani. E per fortuna non era il cappello della signora.'
Non so se Ethelbertha si fosse addolcita sentendo queste ultime parole; ma è probabile. In tutti i casi, riprese l'interrogatorio con un tono più rammaricato che arrabbiato.
'Tu camminavi abbracciata a un soldato, quando ti abbiamo visto, Amenda,' osservò mia moglie.
'Si, signora,' ammise Amenda, 'anch'io me ne sono accorta quando è finita la musica.'
Ethelbertha pensava alle sue domande. Amenda riempì d'acqua un tegame, e poi parlò.
'Sono un disonore per la vostra famiglia decorosa,' disse; 'nessuna padrona che si rispetti mi terrebbe un minuto di più. Dovrei essere messa sulla porta col mio baule e la mia paga di un mese.'
'Ma perché l'hai fatto allora?' Chiese Ethelbertha, con naturale stupore.
'Perché sono una sciocca, signora. Non posso controllarmi. Se vedo i soldati, non posso fare a meno di seguirli. È un vizio di famiglia. La mia povera cugina Emma era un'altra sciocca come me. Era fidanzata con un giovane rispettabile, che aveva una bottega, e tre giorni prima del matrimonio fuggì con un reggimento di marina a Chatham e sposò il sergente portabandiera. Questo è ciò che finirò per fare anch'io. Ho seguito fino a Sandgate i soldati, con cui m'avete vista, e ne ho baciati quattro... Che mascalzoni! Io sono una buona ragazza che può andare a passeggio con un lattaio stimabile.'
[...]
Per fortuna passavano la mattina presto, quando noi eravamo a casa; ma un giorno, ritornando a casa per il pranzo, sentimmo degli accordi lontani dileguarsi in direzione di Hythe Road. Affrettammo il passo. Ethelbertha corse in cucina: era vuota! Su, in camera di Amenda, vuota! La chiamammo. Nessuno rispose.
[...]
Nel pomeriggio, uscendo a far due passi in giardino, udii il fioco gemito d'una donna angosciata. Ascoltai attentamente, e il gemito si ripeté.
Mi sembrava la voce di Amenda, ma non capivo da dove venisse. Ma come arrivai in fondo al giardino, il suono mi pareva più vicino, e alla fine riuscii a scoprirne l'origine: proveniva da una casetta di legno, che il padrone di casa usava come la camera oscura per sviluppare le fotografie.
La porta era chiusa. 'Sei tu, Amenda?' Gridai nel buco della serratura.
'Si, signore,' rispose con voce soffocata. 'Mi fate uscire, per favore? La chiave è per terra accanto alla porta.'
La trovai, invece, sull'erba, a oltre un passo di distanza, e aprii.
'Chi ti ha chiuso qua dentro?' Le domandai.
'Sono stata io, signore,' rispose; 'mi son chiusa io e ho spinto la chiave sotto la porta. Ho dovuto farlo; se no, sarei scappata da quei maledetti soldati! Spero di non avervi scomodato, signore;' aggiunse, uscendo; 'ho lasciato il pranzo pronto.'
da "Appunti per un romanzo", di Jerome K. Jerome, Ed. Mattioli 1885, 2012, pp.163-167
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