giovedì 23 dicembre 2010

CONSTANCE CONTRO TUTTI - Ray Bradbury

[...]
Scendemmo le ripide scale di cemento e sotto la debole luna, vicino alla macchina, Crumley mi guardò. "Cos'è quell'aria da cane selvatico?"
"Mi sono appena affiliato a una chiesa."
"Sali, per l'amore di Gesù."
Salii, in preda alla febbre.
"Dove andiamo?"
"Alla cattedrale di Santa Vibiana."
"Santa colonna!"
Crumley azionò l'accensione.
"No" decisi, "non sopporterei un altro faccia a faccia.
Andiamo a casa, James, ci facciamo una doccia, tre birre e un bel sonno.
Prenderemo Constance all'alba."
Superammo pian piano Callahan e Ortega. Crumley sembrava quasi felice.
Prima della doccia, delle birre e del sonno ristoratore incollai setto o otto pagine di giornale
sulla parete in capo al letto, in modo da poterle guardare se mi fossi svegliato durante la notte
e fossi andato in cerca di soluzioni.
Nomi, fotografie, titoli grandi e piccoli conservati per ragioni misteriose o niente affatto misteriose.
Alle mie spalle Crumley sbuffò.
"Minchia! Hai intenzione di andare a dormire con una raccolta di notizie che erano defunte anche appena pubblicate?"
"All'alba, forse, cadranno dal muro e s'infileranno sotto i miei occhi e resteranno incollate all'adesivo creativo del mio cervello."
"Adesivo creativo! Giapponesi e bushido! Tori americani! Una volta staccate dal muro quelle cose si propagheranno dentro di te?"
"Perché no? Se non incameri niente, non metti fuori niente."
"Aspetta che mandi giù questo." Crumley bevve.
"Andare a letto con le celebrità e svegliarsi innocenti come prima, eh?"
Fece un cenno alle foto, ai nomi, alle vite stampate sui giornali.
"Constance sarebbe lì, da qualche parte?"
"Nascosta."
"Vai a farti la doccia, faccio io la guardia ai necrologi. Se qualcuno si muove, grido.
Che te ne pare di un margarita per la buona notte?"
"Credevo che non l'avresti più domandato." [...]

Da "Constance contro tutti", di Ray Bradbury, Ed. Mondadori Strade Blu, 2003, pagg. 60-61.

domenica 19 dicembre 2010

SOTTO I VENTI DI NETTUNO - Fred Vargas

[...]
- E' vero, non ci ho pensato e mi scuso. Ma se si è preso la briga di farlo vuol dire che il caso di Fulgence la incuriosiva tanto da desiderare di saperne di più.
- A che gioco gioca, Adamsberg? A dare la caccia a un fantasma? Preferisco pensare che non sia così, altrimenti il suo posto non è qui nella polizia ma in un manicomio.
Cosa cazzo è venuto a fare qui? Me lo spiega?
- A prendere le misure delle ferite, a interrogare Vétilleux e a segnalarle questa pista.
- Pensa forse a un emulo? A un imitatore? A un figlio?

Adamsberg ebbe la sensazione di rivivere a tappe la sua conversazione di due giorni prima con Danglard.
- Nessun seguace e niente figli. Fulgence agisce da solo.
- Si rende conto che mi sta dicendo freddamente di aver perso la testa?
- Mi rendo conto che lei lo pensa, maggiore. Mi permettere di salutare Vétilleux prima di andarmene?
- No! - urlò Trabelmann.
- Se a lei va bene consegnare un innocente alla giustizia, sono affari suoi.

Adamsberg girò intorno a Trabelmann per recuperare le sue cartelline e ficcarle maldestramente nella borsa, operazione che richiedeva tempo con una mano sola. Il maggiore non lo aiutò, proprio come Danglard. Tese la mano a Trabelmann per salutarlo ma questi non disincrociò le braccia.
- Bé, prima o poi ci rivedremo, Trabelmann, con la testa del giudice piantata sul suo tridente.
- Adamsberg, mi sono sbagliato.
Il commissario alzò gli occhi, stupito.
- Il suo ego non è grande come questo tavolo, ma come la cattedrale di Strasburgo.
- Che a lei non piace.
- Affermativo.

Adamsberg si diresse verso l'uscita. Nell'ufficio, nei corridoi, nell'atrio, il silenzio era sceso come un acquazzone portando via voci, movimenti, rumori di passi. Oltrepassata la porta, vide il giovane brigadiere accompagnarlo per qualche metro.
- Commissario, la barzelletta dell'orso?
- Non mi segua, brigadiere, ne va del suo posto.

Gli fece una rapida strizzata d'occhio e se ne andò a piedi, senza un'auto che lo accompagnasse alla stazione di Strasburgo. Ma, contrariamente a Vétilleux, il commissario non reputava che qualche chilometro a piedi costituisse una «scarpinata», bensì una passeggiata appena sufficiente per cacciare dalla mente il nuovo avversario che il giudice Fulgence veniva ad aggiungere alla sua collezione. [...]

da "Sotto i venti di Nettuno", di Fred Vargas, Ed. Einaudi Stile libero Noir, 2009, pagg. 88-89.

sabato 18 dicembre 2010

TRE UOMINI A ZONZO - J.K. Jerome

[...]
Harris, nei primi tempi del suo matrimonio, passò un momento molto spiacevole proprio a causa di quest'impossibità di sapere ciò che sta combinando la persona che sta dietro, sul tandem. Faceva un giro in Olanda con sua moglie. Le strade erano sassose e il tandem saltava molto.

"Tienti salda" disse Harris senza voltare il capo.
La signora Harris credette che le avesse detto: "Salta giù".
Perché mai avesse creduto di dover saltare giù quando invece lui le aveva detto "Tienti salda", nessuno dei due riesce a spiegarlo. La signora Harris, quando si torna sull'argomento, dice:
"Se tu avessi detto "tienti salda", perché mai sarei saltata giù?".
E Harris ribatte:
"E se io avessi voluto che tu saltassi giù, perché mai ti avrei detto "tienti salda"?".
L'amarezza della lite è ormai passata, ma quando si riparla di quella gita, quei due, ancora adesso, impiantano la discussione da capo.

Qualunque sia la spiegazione, sta di fatto che la signora Harris saltò effettivamente giù mentre Harris continuava a pedalare a tutta forza, convinto che la moglie fosse ancora dietro di lui.
Sulle prime, a quanto pare, la signora credeva che lui volesse superare la salita da solo, a tutta velocità, per far vedere quanto era bravo.
Erano entrambi molto giovani, allora, e lui soleva fare mostra delle sue abilità sportive.
La signora era convinta che Harris, superata la salita, sarebbe balzato giù dalla bicicletta, e prendendo una posa aggraziata e disinvolta, sarebbe stato fermo ad aspettarla.

Quando, al contrario, lo vide oltrepassare la cima della collina e infilare la discesa a tutta velocità, rimase dapprima sbalordita, poi s'indignò, e infine lo sgomento si impadronì di lei.
Superò di corsa il tratto di salita e si mise a gridare, ma Harris non si voltò nemmeno.
Lo vide scomparire in un bosco lontano un paio di chilometri, dopo di che lei si sedette per terra e si mise a piangere. Avevano avuto un piccolo litigio, quella mattina, e la poveretta cominciò a pensare che Harris avese preso la cosa sul serio e avesse deciso di piantarla in asso.
Non aveva denaro e non conosceva la lingua del paese.
La gente che passava aveva l'aria di compiangerla, e lei tentò di spiegare ciò che le era accaduto.
Le persone alle quali si rivolse intuirono che aveva perso qualcosa, ma non riuscirono a capire cosa. La condussero al più vicino paese e la affidarono a un agente di polizia.
Questi, dalla pantomima della signora, credette di capire che qualcuno le aveva rubato la bicicletta. Fu messo in funzione il telegrafo e, in un paesino a sei chilometri di distanza, fu trovato uno sventurato ragazzo con una bicicletta da donna di tipo antidiluviano. Portarono il tutto alla signora Harris con un carretto, ma siccome lei non aveva l'aria di volere né il ragazzo né la sua bicicletta, lo lasciarono andare e si rassegnarono a non capirci niente.

Frattanto, Harris, soddisfatto e giulivo, aveva continuato la sua corsa. Gli sembrava di essere diventato a un tratto un ciclista più forte e più abile. Convinto di parlare con sua moglie osservò:
"Da mesi non sentivo questa macchina così leggera. Dev'essere l'aria che mi rinvigorisce".
Poi le disse di non avere paura, che le avrebbe mostrato a quale velocità sarebbero riusciti ad andare. Si curvò sul manubrio e fece forza sui pedali. La bicicletta balzava sulla strada come una cosa viva. Le case coloniche, le chiese, i cani e le galline balenavano davanti a Harris e passavano.
I vecchi si fermavano a guardarlo meravigliati. I bambini lo acclamavano.

In questo modo proseguì allegramente per sei o sette chilometri.
Poi, come egli stesso spiega, fu colto dalla sensazione che ci fosse qualcosa che non andava. Non lo stupiva il silenzio di sua moglie; il vento soffiava forte e la macchina sferragliava notevolmente.
Ma lui provava uno strano senso di vuoto. Allungò una mano dietro di sé ed annaspò; non c'era niente, vuoto e null'altro.
Balzò, o meglio rotolò giù dal tandem, e si volse a guardare la strada; questa si stendeva diritta e bianca attraverso la boscaglia d'un verde scuro, e non c'era anima viva in vista.
Risalì in macchina e rifece la salita.
Dieci minuti dopo, giunse ad un quadrivio; si fermò, scese e cercò di ricordarsi da quale direzione fosse arrivato. Mentre era assorto nelle sue riflessioni, passò un uomo seduto di traverso su un cavallo. Harris lo fermò e gli spiegò che aveva perso sua moglie.
L'uomo non ebbe l'aria di meravigliarsi né di dolersi per lui.
Intanto, sopraggiunse un altro contadino a cui il primo raccontò la storia, senza prenderla sul serio, come avrebbe raccontato una barzelletta. Il secondo arrivato pareva soprattutto stupito per il fatto che Harris drammatizzava l'accaduto. Visto che non otteneva alcuna solidarietà né dall'uno né dall'altro, Harris li maledisse entrambi e risalì sul tandem, scegliendo la strada di mezzo, a caso.
A metà della salita, si imbattè in due ragazze accompagnate da un giovanotto. Il terzetto parve interessarsi molto di lui, e Harris domandò se avevano visto sua moglie. Gli domandarono come era sua moglie. Lui non conosceva abbastanza l'olandese per descriverla bene e poté dire soltanto che era una donna molto bella, di media statura. Quella vaga descrizione parve non soddisfare i tre.
Chiunque avrebbe potuto improvvisare una descrizione simile, allo scopo di impossessarsi di una moglie che non gli apparteneva.
Gli domandarono come era vestita ma per quanti sforzi facesse, Harris non riuscì a ricordarsi che cosa sua moglie avesse indosso.

Secondo me, qualunque uomo è incapace di dire com'era vestita una donna, dieci minuti dopo che l'ha lasciata. Harris si ricordava vagamente una gonna turchina, e poi qualcosa che, bene o male, copriva la persona fino al collo. Presumibilmente, era una camicetta; lui aveva anche il confuso ricordo di una cintura; ma com'era la camicetta? Era verde, gialla oppure azzurra?
Aveva il colletto o era chiusa intorno al collo con un nastro? E il cappello? Era piumato o adorno di fiori? Ma esisteva poi il cappello? Harris non osava fare affermazioni per timore di provocare un equivoco che lo mettesse completamente fuori strada. Le due ragazze ridacchiavano, il che, dato il suo stato d'animo, irritò Harris. Il giovanotto, che sembrava impaziente di liberarsi della sua presenza, gli suggerì di rivolgersi al posto di polizia della città più vicina.
Harris accettò il consiglio.

Alla polizia gli diedero un foglio e gli dissero di compilare una descrizione completa di sua moglie, specificando come e dove l'aveva smarrita; poté dire soltanto il nome del passo dove avevano fatto colazione. Sapeva che allora sua moglie era con lui, e che di là erano partiti assieme.
Gli agenti lo guardavano con sospetto; avevano dei dubbi su tre punti: Primo, era veramente sua moglie? Secondo, l'aveva smarrita davvero? Terzo, perché l'aveva smarrita? Con l'aiuto di un albergatore che masticava un po' d'inglese, Harris riuscì a rabbonirli. Promisero d'indagare, e la sera stessa gli portarono la moglie in un carro coperto, unitamente al conto delle spese.

L'incontro non fu molto tenero.
La signora Harris non è una buon attrice e riesce con molta difficoltà a mascherare i propri sentimenti. In quell'occasione, come ammette lei stessa, non tentò neppure di mascherarli. [...]

da "Tre uomini a zonzo", di J. K. Jerome, Edizione "Bur dei ragazzi", 1983, pagg. 41-44.

venerdì 17 dicembre 2010

La guardia giurata (parte 3°)

La guardia giurata fece un sonoro rutto.

Guardò gli schermi della video-sorveglianza annoiato, chiuse nel pugno la carta del suo Snicker e tentò di lanciarla nel cestino vicino alla porta. Lo centrò in pieno.

Soddisfatto, si appoggiò allo schienale e si pulì le mani sui pantaloni della divisa. Sbuffò e prese la rivista aperta che aveva lasciato sul tavolo: non che fosse un granché, l’aveva presa alla moglie prima di andare via, parlava solo di cazzate di Hollywood e roba da donne ma aveva un pregio.

Dei bei pezzi di fica così non li vedeva da tempo. Sbuffò ancora e controllò l’ora.

Doveva per forza fare il giro di ronda esterno ma poi rientrando si sarebbe dedicato a quella bella modella negra, avrebbe immaginato di prenderla con violenza, tanto a loro piace sempre anche se fanno finta di no.

Si leccò i baffi in cerca di qualche briciola, prese la torcia e il tramezzino al salame e uova che aveva comprato prima di venire e uscì dalla guardiola.

Gironzolava con lentezza, gli seccava dover fare ogni volta questo giro di ronda per l’esterno del centro commerciale e per i parcheggi esterni, dove spesso la gente lasciava la macchina o si parcheggiava per scopare. Un paio di volte, prima di avvertirli di andare via, era rimasto a godersi lo spettacolo. Soprattutto quando si trattava degli adolescenti, c’era un bel gusto a vedere quella carne fresca.

Scorreggiò e puntò la torcia verso alcune delle macchine. C’era un cane randagio che stava fermo a guardarlo, vicino ad una delle macchine.

La guardia giurata si fermò. Era immobile, col respiro mozzato e la fronte cominciava a far scendere qualche goccia di sudore freddo.

Cazzo di bestia orribile. Il cane odorava col naso per terra e in giro, forse in cerca di qualcosa da mangiare. La guardia giurata gli puntò contro il fascio di luce della torcia per spaventarlo ma il cane non fece altro che alzare la testa e guardarlo.

La guardia giurata provò a spaventarlo con dei piccoli ringhi ma non ottenne effetto alcuno.

Allora vide una bottiglia per terra là vicino e gli venne un’idea: si chinò a fatica, a causa della pancia, e prese la bottiglia in mano. Goffamente la lanciò verso il cane.

La bottiglia si infranse vicino al randagio e qualche pezzo di vetro gli finì addosso. Il cane cominciò ad uggiolare ma poi ringhiò, con tono crescente.

La guardia giurata stava per pisciarsi addosso. Cominciò lentamente ad arretrare.

Il cane continuava a ringhiare in maniera minacciosa e lo seguiva con lo sguardo.

Dopodiché cominciò ad abbaiare e la guardia giurata si voltò e cominciò a correre verso la guardiola. Terrorizzato entrò e si chiuse la porta alle spalle.

Si voltò a guardare attraverso il vetro e vide che il cane era rimasto accanto alla macchina, fermo.

Si sedette un attimo e aspetto che finisse di ansimare. Nel frattempo si scartò un altro Snicker e lo trangugiò in pochi istanti.

Col cazzo che torno là fuori, con quella bestia di merda. Intanto faccio il giro interno.

Uscì dalla guardiola verso l’interno del centro e cominciò il giro di ronda.

Mentre saliva per le scale più vicine, sentì qualche rumore provenire dal piano superiore: insospettito si avvicinò con calma alla gioielleria.

C’era qualcosa che non andava.

All’improvviso si trovò di fronte un uomo magro, sorpreso quanto lui di trovarlo lì.

La guardia giurata tentò di prendere la pistola ma si era dimenticato di liberarla dalla custodia al suo fianco.

L’uomo prese una pistola da dietro la schiena e gliela puntò al petto.

La guardia giurata scoreggiò.

Sentì un’esplosione e un forte dolore al petto, poi sentì un secondo scoppio e tutto fu buio.



Evans (parte 2°)

Evans e Thomas si avvicinarono al centro commerciale.

La notte era fresca, silenziosa. Qualche macchina ogni tanto passava oziosa, sorpassandoli.

Evitando accuratamente di passare vicino alle telecamere di sorveglianza, Evans fece cenno a Thomas di andare a controllare dove fosse la guardia giurata.

Evans intanto si avvicinò con calma al muro del centro commerciale, vicino ad un’aiuola con dei cespugli.

Si acquattò in ginocchio vicino ad una grata di un condotto di aereazione e dal borsone da palestra che aveva con sé prese un piccolo attrezzo.

Assomigliava ad un accendino ma era più grande e aveva un cannello più lungo del dovuto.

Lo accese, e una piccola fiamma ossidrica cominciò a brillare intensamente: con la cura di un chirurgo, Evans segò le quattro piccole viti che tenevano attaccata la grata al muro.

Provo a toglierla piano e la grata si staccò senza difficoltà.

Rimesso tutto al suo posto, Evans si rialzò e si guardò intorno. Poco lontano notò Thomas che gli faceva cenno di rimanere immobile.

Evans si addossò al muro e si abbassò piano. Dopo pochi istanti una guardia giurata grassa passò fischiettando: in mano aveva una torcia con la quale illuminava le macchine rimaste nel parcheggio esterno e nell’altro un tramezzino che mordeva con gusto.

Evans aspettò che fosse passata, dopodiché si diresse verso Thomas, nascosto dietro un muro della guardiola di sorveglianza.

Gli disse che la grata era a posto. Entrambi entrarono nella porta della sala di sorveglianza, la guardia aveva infatti lasciato tutto aperto, pensando che difficilmente qualcuno sarebbe potuto entrare da là nel centro commerciale.

Evans entrò e fece attenzione a non toccare nulla: la sala era abbastanza spoglia, c’erano dei monitor per le telecamere, una macchina per il caffè, un tavolo con delle riviste di attualità e una foto di famiglia in una cornice e due snacks, una sedia. Evans si diresse all’armadietto sulla parete opposta dove sapeva che vi erano le chiavi di tutti i negozi del centro commerciale.

Prese dal borsone un piccolo attrezzo che stava nel palmo della mano e che aveva due pezzi di metallo sottili che spuntavano dal resto dell’oggetto. Inserì i due pezzetti metallici nella serratura dell’armadietto, mentre Thomas controllava se la guardia stesse tornando: con pochi giri di vite dello strumento, la serratura si aprì.

Evans aprì l’armadietto e prese le chiavi dell’unica gioielleria del centro commerciale.

Toccò la spalla a Thomas ed entrarono all’interno dell’enorme struttura.

Salirono al secondo piano e si avvicinarono alla saracinesca della gioielleria. Mentre Evans la apriva con le chiavi, Thomas si guardò intorno per vedere come poteva controllare da lassù la situazione.

Evans sollevò la saracinesca a metà e si infilò rapido all’interno della gioielleria. Non poteva credere di essere a pochi minuti dal risolvere ogni suo casino finanziario.

Entrò con le chiavi nell’ufficio del direttore e si diresse alla cassetta di sicurezza.

Piccola ma robusta.

Per prima cosa Evans prese dal borsone gli specilli adatti e un piccolo macchinario elettronico con un display luminoso. Applicò il piccolo attrezzo alla rotella per la combinazione della cassetta e lo accese. Sul display comparvero sette trattini.

Evans imprecò. Sette trattini volevano dire più tempo del dovuto, c’era il rischio che la guardia giurata tornasse.

Incominciò con i suoi specilli a scardinare la serratura della cassetta. Dopo un paio di tentativi, sul primo trattino nel display comparve un numero.

Ah, pensò Evans, un codice Polis-Turein. Forse allora non era così grave.

Si guardò dietro e vide che Thomas rimaneva di vedetta all’entrata del negozio.

Prese dal borsone altri due specilli, questa volta più lunghi e sottili, e continuò ad armeggiare con la serratura. In pochi minuti altre tre cifre comparvero sui trattini del display del marchingegno.

Ne mancano solo altre tre.

Improvvisamente udì due rapidi spari e fece un balzo.

Si girò e vide che Thomas aveva appena sparato alla guardia giurata grassa.

Maledizione… ma perché era tornata così presto?

Thomas gli disse di fare in fretta, ora avevano poco tempo. Si allontanò verso l’uscita.

Evans prese un altro specillo, corto e largo, e continuò l’apertura della cassetta.

In pochi minuti ottenne altre due cifre.

Ne mancava solo una.

Evans sentì altri spari. Thomas doveva aver fatto fuori qualcun altro ma chi? Possibile che la polizia fosse già arrivata?

In quell’istante comparve anche l’ultima cifra sul display e Evans aveva la combinazione della cassaforte. Rimise tutto in borsa, inserì la combinazione e aprì lo sportello della cassetta: dentro vi erano alcuni lingotti d’oro e un certo numero di astucci in pelle.

Mise tutto dentro al borsone da palestra, parecchio appesantito ora, e si lanciò giù dalle scale.

Vide Thomas che si stava rialzando dal corpo di un poliziotto, gli fece cenno di dirigersi verso il garage.

Avevano parcheggiato, per ogni evenienza, una macchina rubata cui avevano cambiato le targhe all’interno del garage del centro commerciale, per una fuga rapida nel caso fosse stato necessario.

Passando attraverso l’uscita di emergenza, arrivarono al garage. Thomas si affacciò dalla porta con cautela, per vedere se vi fossero altri poliziotti in attesa.

A Evans la situazione sembrò tranquilla, si diresse velocemente alla macchina.

Prese le chiavi dalla giacca, aprì le serrature centralizzate e si sedette al posto di guida.

Lanciò il borsone a Thomas e girò la chiave per l’accensione.

Sentì un piccolo flop! alla sua destra, un dolore alla tempia e tutto fu subito buio.



Thomas (parte 1°)

Finire in carcere per aver sparato due colpi!

Era il colmo.

Se quell’imbecille non si fosse trovato lì, se quel tordo di guardia giurata non avesse tentato di estrarre la pistola, a quest’ora Thomas sarebbe già stato a casa, una bella doccia e una birra fredda.

E invece quel panciuto, ebete, scoreggione, che probabilmente in vita sua avrà fatto si e no il club del cucito e dello scacchi come sport, ha voluto provare a fare l’eroe.

Completamente inutile.

Thomas scosse la testa.

Gli ci volle meno di due secondi per impugnare la sua pistola, ben nascosta dietro la schiena e a farla schioccare due volte in direzione della guardia giurata, la prima volta al petto e la seconda alla testa. Quello stupido non aveva nemmeno tolto il laccetto alla custodia della pistola, stava ancora perdendo tempo quando si è afflosciato rigido, come una bambola di stracci, sul pavimento.

Qualche bollicina rossa gli usciva da un grosso foro tra la bocca e la fronte, mentre il mento, la camicia e il pavimento si inondavano velocemente di un sangue rosso.

Thomas salì sulla tazza del cesso, e tentò di arrivare con le mani alla finestrella e alle sue sbarre.

Ma erano troppo in alto, riusciva solo a toccarle con le mani.

Rinunciò dopo che gli avevano cominciato a fare male le braccia.

Si guardò intorno, nella cella dove era stato messo, ma non c’era un granché da guardare: la tazza del cesso, un piccolo lavabo, la branda, uno sgabello dove poter appoggiare qualcosa e la lampada dal soffitto, che sbilenca illuminava di una sottile luce gialla tutta la cella.

Decise di sedersi sulla branda.

Ripensandoci, era stato tutto abbastanza veloce.

Dopo aver sparato alla guardia giurata, aveva detto a Evans di sbrigarsi, che non c’era più tempo e che dovevano scappare. Ma lui non voleva andarsene senza prima aver preso almeno un po’ di refurtiva dalla cassetta di sicurezza del negozio: e così erano passati tre - quattro minuti, troppi dopo che si è sparato in un centro commerciale di notte.

Due poliziotti erano entrati nel frattempo e si erano acquattati al piano inferiore, volevano tendere loro una trappola. Ma si erano dimenticati che le passerelle dei piani superiori del centro commerciale erano formate da enormi pannelli di vetro: Thomas poté così vedere perfettamente dove erano nascosti.

Mentre Evans aveva finalmente aperto la cassetta, Thomas si calò da una balaustra poco distante e alle spalle da dove i poliziotti erano nascosti. I due agenti guardavano impazientemente la scala del piano superiore, le pistole in pugno.

Thomas si avvicinò lentamente a quello che stava più indietro, gli avvicinò la canna della pistola alla nuca, prese fiato e sparò.

Mentre il primo poliziotto era ancora in piedi, con la testa forata, Thomas ruotò velocemente il braccio in direzione del secondo poliziotto, abbassò leggermente la mira verso il petto e sparò due colpi in rapida successione.

Il secondo poliziotto cadde sulle ginocchia e si afflosciò in avanti. Thomas si voltò a guardare il primo, sdraiato a terra mentre un enorme chiazza si allargava sotto di lui. Gli prese il revolver e se lo mise dietro la schiena, nei pantaloni. Si avvicinò al secondo poliziotto e prese anche a lui la pistola.

Ora non avevano il tempo di scherzare, dovevano veramente andare via. Evans si fiondò giù dalle scale e raggiunse Thomas, aveva il borsone da palestra a tracolla molto pesante.

Si avviarono all’uscita d’emergenza sul retro del centro commerciale e da lì arrivarono al garage del centro. Si affacciarono con cautela dalla porta per vedere se ci fosse qualche altro poliziotto nascosto tra le macchine ma la situazione era tranquilla.

Arrivati, alla macchina, entrarono e Evans si mise al volante. Lasciò il borsone a Thomas e accese la macchina.

Il finestrino del guidatore fece un piccolo flop! e si riempì di piccole crepe, mentre la testa di Evans, un unico crogiuolo rosso che schizzava sangue ovunque andò a sbattere sul clacson.

Thomas ci mise due secondi a capire cosa fosse successo ed evitò il secondo colpo destinato a lui per miracolo, buttandosi immediatamente per terra e aprendo la portiera, cadde sul pavimento.

Da sotto la macchina riuscì a comprendere da dove arrivavano i colpi, vide due poliziotti in tenuta da assalto nascosti dietro il cofano di una macchina parecchi metri più in là, in fondo al garage.

Uno dei due aveva un fucile automatico con silenziatore e mirino telescopico ed era appoggiato al cofano per una mira più stabile.

Thomas capì di essere perduto. Se c’erano già due poliziotti in tenuta d’assalto piazzati così bene nel garage significava solo che l’intero mall era già circondato. Doveva giocare di velocità.

Si sdraiò sulla pancia a terra e da una delle sue tasche estrasse un mirino a incastro e due pezzi di metallo parecchio lunghi. Rapidamente, avvitò i due pezzi alla canna della sua pistola e innestò il mirino sopra; dopodiché si sdraiò, distese le braccia e prese la mira attraverso il mirino.

Dalla sua posizione poteva vedere perfettamente le gambe dei due membri delle forze dell’ordine: mirò alla caviglia di quello con il fucile e premette il grilletto. Si udì un forte scoppio e attraverso il mirino vide il poliziotto cadere a terra, avendo perso il piede che rimaneva buffamente dritto dentro alla scarpa. Mentre l’altro poliziotto si era rannicchiato a causa dello sparo, senza aver capito cosa fosse successo, Thomas mirò al suo ginocchio destro e aprì il fuoco.

Il secondo poliziotto crollò a terra e cadde dopo pochi secondi anche la gamba, divisa all’altezza del ginocchio per via dell’esplosione causata dal proiettile.

Neutralizzati i due poliziotti, Thomas recuperò il borsone da dentro alla macchina. Diede un’occhiata veloce a Evans, ancora appoggiato al clacson della macchina e si lanciò verso la parte opposta del garage, lontano dai poliziotti.

Avevano scoperto giorni prima la presenza di una piccola grata, grande a sufficienza da far passare un uomo adulto, che da una stanza della manutenzione poteva portare all’esterno vicino a dei cespugli sul muro esterno del centro commerciale.

Aprì rapidamente la porta della stanza, accesa la luce e vide accanto ai macchinari per il riscaldamento accesi, la piccola grata.

Dalla tasca interna della giacca estrasse due rampini fatti con tre – quattro grucce di filo di ferro e li attaccò alla grata, tirando forte. Si staccò rapidamente e cadde a terra, con un secco rumore metallico. Thomas si mise le pistole dietro la schiena, spinse il borsone nel condotto e cominciò a strisciare, ventre a terra, per il condotto.

All’esterno avevano già segato via precedentemente le viti che tenevano la grata. Con una piccola spinta Thomas fece cadere la grata con il borsone e strisciò fuori, nell’oscurità.

Sentì improvvisamente del caldo in faccia, un liquido di qualche tipo gli stava colando addosso da sopra. Appena aprì gli occhi vide con stupore un poliziotto grasso che stava svuotando la vescica nei cespugli, per via della tensione, e che lo guardava, con il pene in mano, perplesso.

Thomas tentò di prendere la pistola da dietro la schiena ma era ancora bloccato nel condotto.

Il poliziotto rimase col pene di fuori e raggiunse la pistola sulla cintola, la prese in mano e gliela puntò contro, intimandogli di arrendersi.

Gli altri poliziotti giunsero rapidamente vicino ai cespugli, attirati dalle grida del loro collega: Thomas veniva quindi tirato fuori dal condotto, sporco di orina, e ammanettato.

Seduto sulla branda, Thomas si appoggiò al muro con la schiena.

Si guardò le unghie, sotto erano ancora sporche della terra dove erano piantati i cespugli. E, nonostante si fosse lavato, aveva ancora sui capelli la puzza di piscio dello sbirro.

Si grattò la testa e si stese sulla branda mentre dalla finestrella si sentiva il rumore del traffico della città che si svegliava.



1984 - George Orwell

"Sei lento a imparare, Winston" disse O'Brien, con dolcezza.

"Ma come posso fare a meno..." borbottò Winston "come posso fare a meno di vedere quel che ho dinanzi agli occhi? Due e due fanno quattro."

"Qualche volta, Winston. Qualche volta fanno cinque. Qualche volta fanno tre. Qualche volta fanno quattro e cinque e tre nello stesso tempo. Devi sforzarti di più. Non è facile recuperare il senno."

da 1984, di George Orwell, Ed. Oscar Mondadori, 1973, pagg. 278-279.

Autobus

Andrea: "Non sai quanto mi possono dare fastidio gli autobus per strada quando si accoppiano".

Marco: "Scusa...?"

A: "Eh si, dai, quando li vedi uno dietro all'altro, vicino alle fermate degli autobus, si stanno accoppiando".

M: "Ah... E tu come lo sai?"

A: "Beh non si tratta di saperlo, si tratta semplicemente di vederlo: l'autobus femmina di norma è quello normale mentre il maschio è quello con

lo snodo al centro e lungo due autobus".

M: "E perché sarebbe il maschio quello più lungo?"

A: "Beh, è evidente: il corpo del maschio è l'autobus dietro mentre quello davanti è il pene".

M: "Mhmmm... e scusami, ma gli autisti dentro, poveretti, che fanno?"

A: "Niente, stanno dentro e basta, guidano".

M: "E come fanno a vivere gli autobus se ci sono gli autisti dentro?"

A: "Perché, tu non hai virus e batteri dentro di te che ti servono per vivere? E la flora intestinale?"

M: "Si, ma è diverso. Quando un'autista non c'è l'autobus non può vivere".

A: "No, dorme. Tu devi pensare al concetto di autobus come al concetto finale di una torta ben preparata: senza il lievito, forma di vita, la torta non diventa torta, rimane una pappetta orribile che si cuocerà male. Lo stesso è per l'autobus: senza l'autista, forma di vita, l'autobus rimane inerte, sonnolento".

M: "Non sono così convinto..."

A: "Scusami, guarda quando gli autobus stanno fermi in mezzo al traffico e fanno quegli sbuffi piegandosi da un lato e da un'altro: sono annoiati e fanno versi di richiamo per quelli dell'altro sesso. Sono molto simili a noi, bevono per sopravvivere, emettono gas, si cambiano le scarpe ai piedi quando sono troppo logore, si vestono con i manifesti e quando capita fanno un lifting totale pitturandosi a nuovo".

M: "Un uomo non emette gas tutto il giorno".

A: "Ne sei sicuro? Quante volte scureggi al giorno? E un ciccione? E un maiale?"

M: "Non è la stessa cosa".

A: "E invece si. Poi ci sono gli autobus più saggi e anziani, con i baffi, che non hanno più bisogno di bere benzina per vivere e si nutrono con i loro baffi all'insù dell'elettricità dei cavi elettrici".

M: "Scusami, nessuno ha mai visto un figlio degli autobus".

A: "Come no? I mini-autobus elettrici, quelli più piccoli".

M: "Si ma nessuno li hai mai visti nascere!".

A: "Beh, quello è un mistero della natura: neanche tu vedi senza macchinari speciali lo spermatozoo che feconda l'ovulo, vuoi quindi tu pretendere di vedere la natura meccanica come si riproduce?"

M: "Beh si..."

A: "E poi, come tutti gli umani, si ammalano e hanno bisogno del "dottore" che li rimette "a posto"... sono molto simili a noi".

M: "Ancora non sono così convinto".

A: "Beh, poi ci sono gli autobus ciccioni, quelli a due piani che abitano a Londra perché là mangiano molto male; e poi ci sono quelli più ottusi, quelli che una volta che imboccano un cammino non si spostano di un millimetro, di norma... i tram".

...

M: "Tu lo sai, vero, che tutto questo un giorno ci allontanerà?"

A: "Si. Ma la cosa più divertente è che nella sua irrealtà c'è una certa logicità".

OZYMANDIAS - Percy Bysshe Shelley

I met a traveller from an antique land
Who said: "Two vast and trunkless legs of stone
Stand in the desert. Near them on the sand,
Half sunk, a shattered visage lies, whose frown
And wrinkled lip and sneer of cold command
Tell that its sculptor well those passions read
Which yet survive, stamped on these lifeless things,
The hand that mocked them and the heart that fed.
And on the pedestal these words appear:
`My name is Ozymandias, King of Kings:
Look on my works, ye mighty, and despair!'
Nothing beside remains. Round the decay
Of that colossal wreck, boundless and bare,
The lone and level sands stretch far away.

Percy Bysshe Shelley

MYRICAE - Giovanni Pascoli

E cielo e terra si mostrò qual era:

la terra ansante, livida, in sussulto;
il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d'un tratto;
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s'aprì si chiuse, nella notte nera.


da "Myricae", di Giovanni Pascoli, Ed. Biblioteca Universale Rizzoli, 1986, pag. 304.

FRAMMENTI DI UN INSEGNAMENTO SCONOSCIUTO - P.D. Ouspensky

"[...] Non so più chi tra di noi ricordò per primo un aneddoto ben conosciuto, ma poco rispettoso, nel quale vedemmo immediatamente una illustrazione di questa legge.
Si trattava della storia del vecchio seminarista che al suo esame finale continua a non capire l'idea dell'onnipotenza divina.
"Bene, fatemi un esempio di qualche cosa che il Signore non possa fare", dice il vescovo esaminatore.
"Non ci vuol molto, Vostra Eminenza", risponde il seminarista. "Tutti sanno che il Signore stesso non può prendere l'asso di briscola con un comunissimo due".
Vi era più senso in quella sciocca storiella che in mille trattati di teologia.
Le leggi del gioco costituiscono l'essenza di quel gioco. La violazione di queste leggi distruggerebbe l'intero gioco. L'Assoluto non può interferire nella nostra vita e sostituire altri risultati a quelli naturali delle cose accidentalmente create da noi, o al di fuori di noi, più di quanto possa prendere l'asso di briscola con il due. Turghenief scrisse da qualche parte che tutte le preghiere ordinarie possono essere ridotte a questa:
"Signore, fate che due più due non faccia quattro".
Il che è la stessa cosa dell'asso di briscola del seminarista".

da "Frammenti di un insegnamento sconosciuto", di P.D. Ouspensky, Casa Editrice Astrolabio, 1976, p.108.

I RITARDI DELLA PUNIZIONE DIVINA - Plutarco

"[...] In effetti, la divinità usa alcuni criminali come giustizieri di altri, quasi fossero dei boia pubblici, prima di annientarli: questo è il caso, a mio parere, della maggior parte dei tiranni. Come la bile della iena e il caglio della foca, animali immondi in tutto il resto, recano qualche giovamento contro le malattie, così contro alcuni popoli che richiedono un duro castigo il dio aizza l'amara ferocia di un tiranno, l'aspra durezza di un governante; e non elimina questo sconvolgimento doloroso prima di aver guarito e purificato il malanno".

da "Il demone di Socrate - I ritardi della punizione divina", di Plutarco, Ed. Adelphi Piccola Biblioteca 133, Par.7, vv.33-34, pag. 138.

AMORE

[...] Vi è tutto un poema.

Perché la poesia è nella natura stessa della materia.

Non vi è nessun naturalista, nessun chimico, nessun fisico, nessun astrologo che degnamente siano tali e di reale valore, che innanzi al fenomeno della vita e alle evoluzioni creative e distruttive degli atomi, al tramutarsi delle forme e alle relatività delle leggi della natura vivente, non diventi poeta e grande poeta!

La fonte di ogni poesia è il gran libro della Natura: Poeta, vate, è colui che sta a contatto con i numi, i vecchi numi...

D. - Cum grano salis...

G. - ... che elaborano l'atto di aumento e di decrescenza della vita nelle cose vive.

Dite poesia?

Ma avete nelle notti di primavera assistito a quella musica e a quella poesia di collaborazione tra i fiori olezzanti e le farfalle bellissime, affinché la fecondazione pervenga alla continuità della flora?

Una lezione di anatomia, su di un cadavere, in una sala di dissezione, pare orrida e immonda cosa, ed è un immenso poema di malinconia per l'assenza della vita in un complicato organismo, a cui la corruzione della carne fornisce vita nuova nel disfacimento putrido della carogna.

Non correte ad emettere giudizi che vorrebbero essere dommi ed assiomi. Dove è presente Amore ivi è tutta una cantica impareggiabile di un nuovo stato di essere e di sentire in noi.

Da questo punto di vista nessun atomo dell'universo sfugge alla solennità di note armoniose o di parole scelte tra le più nobili per esporre un inno di commozione per compenetrazione alle cose esistenti.

[...]