martedì 26 luglio 2011

CIPI' - Mario Lodi

[...]
- Tre! - diceva.
- Tre! Sono tre!
Non gli uscivano altre parole, ma gli uccelli capivano cos'era accaduto.
Fatto il giro del paese, si ricordò di Margherì che gli aveva raccomandato di andare a raccontarle le belle notizie della sua vita, allora puntò verso il nastro d'argento e calò sul prato. Ma la margheritina non c'era più perché l'uomo era appena passato col ferro tagliente e aveva reciso tutti gli steli, che allineati sul prato morivano a poco a poco.
- Margherì! - chiamò cercandola in lungo e in largo.
Una vocina soffocata sospirò: - Cipì!...
- Questa è la sua voce! - disse, cominciando a buttare all'aria con furiosi colpi di becco l'erba ammucchiata dalla falce.
- Dove sei, Margherì? Dove sei? - ripeteva.
- Son qui... - sospirò il fiore.
Cipì frugò ancora fra gli steli, finchè la trovò, ormai morente, con la bella testolina schiacciata contro la terra.
- Oh, Cipì... hai fatto bene a venire... - disse appena fu liberata, rivolgendo al sole, con un estremo sforzo, i delicati petali bianchi.
Cipì l'afferrò col becco e la trasse fuori: - Io ti porto via, a vedere i miei piccini... sono tre, meravigliosi!
- Lasciami, ti prego, mio caro Cipì... ormai è finita... - sospirò, - lasciami morire qui, fra gli steli che furono i fedeli compagni della mia vita...
Allora Cipì la depose delicatamente sull'erba falciata, con la corolla al sole.
Con un filo di voce, la margheritina continuò:
- Sono felice che tu sia papà... bravo Cipì... insegna loro ad amare le cose care e belle... salutami il sole e il vento... ah, come è breve la vita... - Riprese fiato un poco e poi sussurrò:
- Ricordati sempre di Margherì... - e reclinata la testolina, spirò.
In quell'istante una bianca nuvoletta amica della margherita corse davanti al sole a dirgli, lagrimando, che il fiorellino che tanto l'amava era spirato e per un momento il prato restò in ombra, come parato a lutto.
E fu così che anche il vento lo venne a sapere: allora fermò la carezza che tanto piaceva a Margherì, e l'acqua del nastro d'argento che aveva raccontato al simpatico fiorellino tante storie di paesi lontani, passò in punta di piedi, facendo cenno alle ranocchie di tacere.
Cipì s'alzò verso uno stormo di rondini che arrivavano e le avvertì: - E' morta Margherì, il fiorellino poeta...!
Gli uccelli fecero larghi giri silenziosi sul prato fin che Palla di fuoco a poco a poco, con la faccia rossa di pianto, si coricò nel suo letto nebbioso.
Tornato accanto ai suoi piccoli che già lo chiamavano papà, Cipì non sapeva se ridere o piangere, perché era tanto contento, ma anche tanto triste.
- Povera Margherì, - sussurrò alla passeretta, - è morta proprio oggi che sono diventato papà...
[...]

da "Cipì", di Mario Lodi, Ed. Gli struzzi Einaudi, 1991, pp. 35-37.

DIECI PICCOLI INDIANI - Agatha Christie

[...]
Vera la lesse. Era una di quelle vecchie filastrocche per bambini che ricordava fin dall'infanzia.

Dieci poveri negretti
se ne andarono a mangiar:
uno fece indigestione,
solo nove ne restar.
Nove poveri negretti
fino a notte alta vegliar:
uno cadde addormentato,
otto soli ne restar.

Otto poveri negretti
se ne vanno a passeggiar:
uno, ahimè, è rimasto indietro,
solo sette ne restar.
Sette poveri negretti
legna andarono a spaccar:
un di lor s'infranse in mezzo,
e sei soli ne restar.

I sei poveri negretti
giocan con un alvear:
da una vespa uno fu punto,
solo cinque ne restar.
Cinque poveri negretti
un giudizio han da sbrigar:
un lo ferma il tribunale,
quattro soli ne restar.
Quattro poveri negretti
salpan verso l'alto mar:

uno un granchio se lo prende,
e tre soli ne restar.
I tre poveri negretti
allo zoo voller andar:
uno l'orso ne abbrancò,
e due soli ne restar.
I due poveri negretti
stanno al sole per un po':

un si fuse come cera
e uno solo ne restò.
Solo, il povero negretto
in un bosco se ne andò:
ad un pino s'impiccò,
e nessuno ne restò.

[...]

da "Dieci piccoli indiani", di Agatha Christie, Ed. I Grandi Bestsellers Mondadori - De Agostini, 1985, pp. 30-31.

lunedì 25 luglio 2011

LA DONNA DI PICCHE - Aleksander Puškin

[...]
Si svegliò che era già notte: la luna rischiarava la sua stanza. Guardò l'orologio: erano le tre meno un quarto. Il sonno gli era passato; sedette sul letto e pensò ai funerali della vecchia contessa.
In quel momento qualcuno dalla via gli gettò un'occhiata attraverso la finestra e subito si scostò. Hermann non vi fece alcun caso. Un minuto dopo sentì aprire la porta nell'anticamera. Hermann pensò che il suo attendente, ubriaco come al solito, stesse tornando da una passeggiatina notturna.
Ma sentì un passo sconosciuto: qualcuno camminava, strascicando leggermente le scarpe. La porta si aprì, entrò una donna vestita di bianco. Hermann la prese per la sua vecchia balia, e si stupì, domandandosi che cosa potesse averla condotta lì a quell'ora. Ma la donna bianca con un guizzo si ritrovò d'un tratto davanti a lui - ed Hermann riconobbe la contessa!
- Sono venuta da te contro la mia volontà, - disse questa con voce ferma, - ma mi è stato ordinato di esaudire la tua preghiera. Il tre, il sette e l'asso ti faranno vincere di seguito, ma a patto che tu non punti più di una carta al giorno e che poi non giochi più per tutta la vita. Ti perdono la mia morte, a patto che tu sposi la mia pupilla Lizaveta Ivanovna...
Detto questo, si voltò piano, andò verso la porta e scomparve, strascicando le scarpe. Hermann sentì sbattere la porta dell'ingresso, e vide che qualcuno guardava di nuovo nella stanza.
Hermann per un pezzo non poté riaversi. Andò nell'altra stanza. Il suo attendente dormiva per terra; Hermann faticò molto a svegliarlo. L'attendente come al solito era ubriaco: fu impossibile cavargli qualcosa di sensato. La porta d'ingresso era chiusa. Hermann ritornò nella sua stanza, accesa la candela e annotò la sua visione. [...]

Da "La donna di picche", di Aleksander Puškin, Ed. Marsilio Editori, 1998, pp. 97-99.

DIARIO DI UN KILLER SENTIMENTALE - Luis Sepulveda

[...]
All'aereoporto, prima di fare il check-in, andai in bagno a cambiarmi la camicia. Nello specchio, un tipo molto simile a me si asciugava il volto con i fazzolettini di carta che gli porgeva un inserviente magro e silenzioso uguale a quello che avevo al mio fianco.
"Stai esagerando," disse il tipo nello specchio.
"Non so di cosa parli," replicai.
"Scusi?" mormorò l'uomo magro dei fazzolettini,
"Non sono affari tuoi," sbuffai allontanandolo con uno spintone.
"Hai visto? Calmati. Ci sono mucchi di donne come lei. Senti, hai ancora molto tempo. Spedisci la valigia e poi beviti un paio di gin," mi consigliò il tipo nello specchio.
Gli detti retta.
In genere seguo i suoi consigli, soprattutto quelli professionali. Ricordo un incarico che dovetti portare a termine alla metà degli anni ottanta, Bisognava eliminare un industriale ad Austin, in Texas. Era un tizio molto abile e aveva trovato un ottimo modo per proteggersi durante il tragitto di andata e ritorno dal suo ufficio: viaggiava su un pullman scolastico pieno di bambini, seduto in mezzo a loro. La stampa texana parlava con ammirazione di quel benefattore che rinunciava alla sua limousine e finanziava invece il trasporto scolastico. Ciò che non dicevano era che quel figlio di cagna usava i bambini come scudo umano.
"Non voglio uccidere dei ragazzi, ma non ho altra scelta perché l'ufficio è inespugnabile," dissi al tipo allo specchio.
"Usa la zucca, amico. L'incarico è uno yankee, il che è sinonimo di patriota. Hai afferrato l'idea?".
"Neanche un po'. Non mi piaci quando parli come un oracolo."
"Si avvicina il 4 luglio e l'incarico non si lascerà sfuggire l'occasione di tirare fuori un po' di adrenalina patriottica. E' a quello che bisogna mirare."
[...]

Da "Diario di un killer sentimentale", di Luis Sepulveda, Ed. La biblioteca di Repubblica, 2002, pp. 25-26.

sabato 23 luglio 2011

I VERSI D'ORO DI PITAGORA - Fabre D'Olivet

[...]
Io non concepisco come Kant, dando alla parola Vernunft il senso della parola latina ratio, ha potuto dire che è il più alto grado dell'attività di uno spirito che ha la potenza di tutta la sua libertà e la coscienza di tutte le sue forze: niente di più falso.
La ragione non esiste affatto nella libertà, ma al contrario nella necessità. Il suo movimento che è geometrico, è sempre costretto: è una conseguenza necessaria del punto di partenza e niente di più. Facciamo un profondo esame di tutto questo. La parola latina ratio, della quale Kant ha evidentemente seguito il senso, non ha mai tradotto esattamente la parola greca logos nel significato di verbo; e se i filosofi greci sostituivano talvolta la parola logos alla parola nous, ovvero il verbo alla intelligenza, prendendo l'effetto per la causa, a torto i romani tentarono di imitarli adoperando la parola ratio invece di mens e intelligentia. Provarono con questo la loro ignoranza e misero a nudo le funeste rovine che lo scetticismo aveva già prodotto fra loro.
La parola ratio si fonda sulla radice ra o rat che in tutte le lingue dove essa è comparsa vi ha portato l'idea di linea, di raggio, cioè di una linea retta tirata da un punto ad un altro. Così la ragione invece di essere libera, come ha preteso Kant, è tutto ciò che vi può essere di più ristretto, di più contenuto nella natura: è una linea geometrica, sempre soggetta al punto da cui emana e forzata a portarsi a colpire il punto verso quale è diretta, a meno di cessare di esser tale, cioè una linea retta. Ora, la ragione non essendo libera nel suo cammino, in sè stessa non è nè buona nè cattiva ma sempre analoga al principio del quale è la conseguenza. La sua natura di procedere è diritta: la sua perfezione non è altra cosa. Si va diritti in tutti i modi, in tutte le direzioni, in alto, in basso, a destra, a sinistra: si ragione giustamente tanto nella verità come nell'errore, nel vizio come nella virtù: tutto dipende dal principio da cui si parte e dal punto di vista da cui si guarda. La ragione non offre questo principio: essa non è padrona del segno che va a colpire, più della linea retta tirata sul terreno che non è padrona del punto che va a raggiungere. Questo punto, questo segno sono determinati a priori dalla posizione del ragionatore o del geometra. [...]

Da "I versi d'oro di Pitagora", di Fabre D'Olivet, Ed. Gius. Laterza & Figli, 1931, pp. 77-78. (copia anastatica)

mercoledì 15 giugno 2011

LA COMPAGNIA DEI CELESTINI - Stefano Benni

[...]
Il barista, un omaccio tutto tatuato con varie sponsorizzazioni femminili, lo guardò schifato:
"Fila via, pezzente. Mi disturbi la clientela".
"Ma come, amigo" disse Camarinho "dovresti onorato di averci qui. Il tuo è il bar più malfamato della città, e noi siamo la banda minorile più malfamosa di tutta l'America, i Pelorinho Pivetes di Bahia. Per venire qui abbiamo eliminato gli Hermanos Oiga di Bogotà, i Blasters di Miami e la Banda Baldaracci di San Paolo."
"Ti sbagli, pezzente," ringhiò il barista "è vero che questo è il posto più malfamato di tutta la città, ma questa fascinosa cattiva fama ce l'ha grazie a persone ricche e importanti. Banchieri riciclatori, grandi palazzinari, politici camorristi, principi mercanti d'armi, spacciatori di droga miliardari..."
"Mae de Deus!" disse la canottiera che si chiamava Nestor detto Isadora. "Sono forse quelle facce da tagliagola sedute qui vicino?"
"No, questi sono attori che pago per dare un po' di atmosfera al locale. Stuntmen che inscenano false risse, mimi finti ubriachi. Quel barbone che rutta fragorosamente in faccia a tutti è un ex-baritono, la vecchia puttana è una delle più famose attrici degli anni cinquanta, e l'uomo con le dodici cicatrici non era un legionario, era un saldatore. Ma ai tavoli in fondo, come vedi, c'è una clientela elegante e distinta, e il menù è di prima qualità."
"Vedo," disse Isadora, con un fischio di ammirazione. "Ostriche alla Cupola, Mousse di branzino all'Olonese, Filetto incaprettato, Truffa mista di calamaretti e gamberi, Fragoline di sottobosco, centomila alla porzione..."
"Servizio escluso, capito? Perciò qui pezzenti veri non ne vogliamo. Sgombera, nanetto travestito, o avverto il tavolo dei finti scaricatori portuali." Isadora guardò il tavolo suddetto, dove briscolavano quattro orchi con fiamme tatuate sulle braccia.
"Che bei ragazzi!" disse Isadora "non vedo l'ora di conoscerli."
Il barista fece un cenno e il più grosso dei quattro si alzò, sovrastò i due bambini e disse:
"Sono il maresciallo Bacci della locale Tenenza carabinieri e contestualemente appuro che state infastidendo il conte Riffler Biscaglia. Non so di che razza siete, negri, meticci, froci, zingari o transessuali, ma il nostro carcere minorile ha diversi posti liberi..."
Oh scusate, amigo," disse Camarinho "non sapevamo di avere a che fare con un conte. Ma possiamo spiegare tutto: è vero, siamo una banda di teppistelli di Bahia, ma siamo venuti nel vostro paese perché ci hanno invitato ad una trasmissione televisiva che ci chiama Gorgon, tutto quello che non vorreste mai vedere."
Il conte e il poliziotto si guardarono interdetti.
"Dite sul serio? Quella degli orrori del mercoledì sera?"
"Certo," disse Camarinho "ci hanno invitato per mostrare in diretta come sniffiamo benzina e per farci raccontare di quando abbiamo fatto a revolverate con la Banda Baldaracci, e dopo ci sarà una festa di beneficenza in nostro onore e si ballerà la lambada e tutti si commuoveranno nel vedere i nostri miseri vestiti."
"Si amigo," disse Isadora "non siete solo voi a travestirvi. Io, ad esempio, abitualmente vesto Balenciaga. Ma lo show è show..."
"State bluffando" disse il poliziorco.
"Fate come volete," disse Camarinho "ma se stasera non saremo negli studi di Gorgon scoppierà un bel casino. Ci sarà anche il ministro dell'immigrazione."
"Lasciamoli andare," disse il conte "meglio non correre rischi."
"Grazie amigo," disse Camarinho "volete che faccia qualcosa per riscaldare l'ambiente?" Con un gesto rapido, estrasse un machete dalle mutande e lo calò sul braccio del conte, tagliando con una precisione millimetrica una sottiletta di pelle col tatuaggio di un drago.
"Questo piace a me," disse Camarinho, e se lo attaccò al braccio.
Un mormorio eccitato percorse i clienti.
"Ehi ragazzo," disse il conte "che ne diresti di lavorare qui?"
"Oh no amigo," disse Camarinho "a noi piace la libertà. Sapete, noi non abbiamo il telecomando per spegnere Gorgon. A noi ci toccano emozioni forti ventiquattro ore su ventiquattro. Buena suerte, bobos!"
E sparì in un lampo bianco di mutande.
Nelle strade del malfamato quartiere risuonarono le parole di Strade miserabili dei Mamma Mettimi Giù. [...]

da "La compagnia dei Celestini", di Stefano Benni, Ed. Universale Economica Feltrinelli, 2009, pp. 117-118.

HAROLD E MAUDE - Colin Higgins

[...]
Harold uscì dal banco e la vecchia lo seguì.
"Che ne pensa di quel vecchio grassone di Tom?" gli chiese.
"Chi?" fece Harold.
"San Tommaso d'Aquino, laggiù. Ho visto che lo guardava."
"Penso che sia... ehm... un grande pensatore."
"Oh, si. Ma un po' fuori moda, non le pare? Come il cigno arrosto. Oh, santi numi! La guardi."
Si fermarono davanti al mesto ritratto della Madonna.
"Me lo presta?" disse, prendendo il pennarello dal taschino della giacca di Harold. Con pochi abili tocchi disegnò un allegro sorriso sulla bocca della Vergine.
Harold si guardò in giro per vedere se qualcuno li osservava.
"Ecco fatto. Così va meglio," disse la vecchia. "Non danno mai alla poverina la possibilità di ridere. E pensare che ne ha di motivi per essere felice. A dir la verità, " aggiunse, guardando varie statue in fondo alla chiesa, "tutti loro hanno di che essere felici. Mi scusi."
Harold fece un gesto poco convinto per riavere il pennarello, ma senza risultato. La vecchia era già in fondo alla chiesa a disegnare sorrisi su san Giuseppe, sant'Antonio e santa Teresa.
"Un santo infelice è una contraddizione in termini," spiegò.
"Ehm, già," fece Harold nervosamente.
"E perché poi insistono con quello?"
Harold sollevò lo sguardo verso un crocifisso.
"Si direbbe," disse lei varcando la soglia, "che nessuno abbia mai letto la fine della storia."
Harold la seguì in strada.
"Ehm, adesso potrei riavere il mio pennarello, per favore?" chiese.
"Oh, ma certo," rispose lei, dandoglielo. "Come si chiama?"
"Harold Chasen."
"Molto lieta." Gli sorrise. "Io sono la contessa Mathilda Chardin, ma può chiamarmi Maude."
Quando sorrideva, le rughe intorno agli occhi li facevano sembrare ancora più azzurri e lucenti.
Harold le porse educatamente la mano. "Lieto d'averla conosciuta," disse.
Lei gli strinse la mano. "Credo che saremo grandi amici, non è vero?" Estrasse dalla borsetta un grosso mazzo di chiavi e aprì la portiera dell'auto posteggiata accanto al marciapiede.
"Posso accompagnarti, Harold?" gli chiese.
"No," rispose Harold in fretta. "Grazie. Ho la mia auto."
"Bene allora, io devo andarmene. Arrivederci."
In chiesa padre Finnegan guardava esterrefatto le statue sorridenti.
Maude fece rombare il motore e tolse il freno a mano.
"Harold," gli gridò, "sai ballare?"
"Che cosa?"
"Sai cantare e ballare?"
"Ehm, no."
"No." Sorrise con aria triste. "Me l'immaginavo." Premette l'acceleratore. Con un terribile stridore di gomma che bruciava, l'auto si staccò fulmineamente dal marciapiede, sfrecciò giù per la strada e, ormai lontana, svoltò a velocità pazzesca dietro un angolo. Si riusciva ancora a sentire, in lontananza, il rumore dei cambi.
Harold restò con lo sguardo fisso in quella direzione, ancora sbalordito.
Anche padre Finnegan, uscito dalla soglia della chiesa, l'aveva vista partire. "Quella donna," disse, senza rivolgersi a nessuno in particolare, "ha preso la mia macchina." [...]

da "Harold e Maude", di Colin Higgins, Ed. i Garzanti, 1973, pp. 24-26.

CRISTO SI E' FERMATO A EBOLI - Carlo Levi

[...]
- Don Luigi ci bada molto a queste cose. Lui è per la disciplina. Le pensano insieme, lui e il brigadiere. Con lei spero sarà diverso. Ma ad ogni modo non se la prenda, dottore! - Don Cosimino mi guardava di sotto in su, consolatore. - Hanno la mania di fare i poliziotti, e vogliono saper tutto. Il muratore ha avuto anche delle noie. Parlava con dei contadini, e cercava di spiegare le teorie di Darwin, che l'uomo deriva dalla Scimmia.
Io già non sono darwinista, e don Cosimino sorrideva arguto, - ma non ci vedo nulla di male, se qualcuno ci crede. Don Luigi lo è venuto a sapere, naturalmente. E ha fatto una scenata terribile. L'avesse sentito gridare! Ha detto al muratore che le teorie di Darwin sono contro la religione cattolica, che il cattolicismo e il fascismo sono una cosa sola, e che perciò parlare di Darwin è fare dell'antifascismo. E ha scritto anche a Matera, alla questura, che il muratore faceva propaganda sovversiva. Ma i contadini gli vogliono bene. E' gentile e sa far di tutto -. Eravamo arrivati a casa sua. - Stia di buon umore, - mi disse. - Lei è appena arrivato, e si deve abituare.
Ma tutto questo passerà.
Quasi timoroso di aver detto troppo, questo angelo gobbo mi salutò bruscamente e mi lasciò. [...]

da "Cristo si è fermato a Eboli", di Carlo Levi, Ed. Einaudi Tascabili, 1999, pp. 45-46.

domenica 22 maggio 2011

LE CITTA' INVISIBILI - Italo Calvino

[...]
A ottanta miglia incontro al vento di maestro l'uomo raggiunge la città di Eufemia, dove i mercanti di sette nazioni convengono ogni solstizio ed equinozio. La barca che vi approda con un carico di zenzero e bambagia tornerà a salpare con la stiva colma di pistacchi e semi di papavero, e la carovana che ha appena scaricato sacchi di noce moscata e di zibibbo già affastella i suoi basti per il ritorno con rotoli di mussola dorata. Ma ciò che spinge a risalire fiumi e attraversare deserti per venire fin qui non è solo lo scambio di mercanzie che ritrovi sempre le stesse in tutti i bazar dentro e fuori l'impero del Gran Kan, sparpagliate ai tuoi piedi sulle stuoie gialle, all'ombra delle stesse tende scacciamosche, offerte con gli stessi ribassi di prezzo menzogneri. Non solo a vendere e a comprare si viene a Eufemia, ma anche perché la notte accanto ai fuochi tutt'intorno al mercato, seduti sui sacchi o sui barili o sdraiati su mucchi di tappeti, a ogni parola che uno dice - come "lupo", "sorella", "tesoro nascosto", "battaglia", "scabbia", "amanti" - gli altri raccontano ognuno la sua storia di lupi, di sorelle, di tesori, di scabbia, di amanti, di battaglie. E tu sai che nel lungo viaggio che ti attende, quando per restare sveglio al dondolio del cammello o della giunca ci si mette a ripensare tutti i propri ricordi a uno a uno, il tuo lupo sarà diventato un altro lupo, tua sorella una sorella diversa, la tua battaglia altre battaglie, al ritorno da Eufemia, la città in cui ci si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio.[...]

Da "Le città invisibili", di Italo Calvino, Ed. Oscar Mondadori, 2011, p. 35.


domenica 27 marzo 2011

I ROBOT E L'IMPERO - Isaac Asimov

[...]
"Sai Daneel, non tutti i ricordi hanno pari importanza."
"Non sono in grado di giudicare, signora."
"Altri, si. Sarebbe perfettamente possibile vuotare il tuo cervello, Daneel, e poi, sotto supervisione, rimepirlo solo col suo contenuto di ricordi importanti... diciamo, il dieci per cento del totale. Allora potresti continuare ad immagazzinare dati per secoli e secoli. Ripetendo un trattamento del genere, potresti andare avanti all'infinito. Sarebbe un'operazione costosa, certo, però io non baderei alla spesa. Ne varrebbe la pena, per te."
"Io verrei consultato in merito, signora? Sarebbe richiesto il mio consenso per un'operazione di questo tipo?"
"Sicuro. Trattandosi di una questione così delicata, da me non partirebbe alcun ordine. Equivarrebbe a tradire la fiducia del dottor Fastolfe."
"Grazie, signora. In tal caso, devo dirvi che non mi sottoporrei mai volontariamente a questo trattamento... a meno di non accorgermi di aver perso effettivamente le mie capacità mnemoniche."
Avevano raggiunto la porta, e Gladia si fermò. Disse, sinceramente sorpresa: "Come mai, Daneel?"
Daneel rispose a bassa voce: "Ci sono ricordi che non posso rischiare di perdere, signora... né per inavvertenza né per una valutazione errata da parte delle persone addette al trattamento."
"Ricordi tipo il sorgere e il calare delle stelle? Oh, perdonami, Daneel. Non intendevo scherzare. A quali ricordi ti riferisci?"
Daneel disse, abbassando ancor più la voce: "Lady Gladia, mi riferisco ai ricordi legati al mio antico compagno, il Terrestre Elijah Baley."
Gladia rimase come pietrificata, e fu Daneel che alla fine dovette prendere l'iniziativa e segnalare perché la porta si aprisse.
[...]
"Daneel!" lo chiamò.
Daneel non distolse l'attenzione dai comandi. "Si, Lady Gladia?"
"Sei contento di rivedere Elijah Baley?"
"Non saprei come descrivere con precisione il mio stato interiore, signora. Forse è analogo a quello che gli esseri umani definiscono contentezza."
"Però, proverai pure qualcosa, no?"
"Ho la sensazione di riuscire a prendere le decisioni più rapidamente del solito; sembra che le mie reazioni giungano con maggior facilità, che i miei movimenti richiedano meno energia. Potrei interpretarla complessivamente come una sensazione di benessere. Almeno, ho sentito usare questa parola dagli esseri umani e credo indichi qualcosa di simile a quanto sto provando."[...]

Da "I robot e l'impero", di Isaac Asimov, Ed. Oscar Mondadori, 2001, pp. 12; 34.

martedì 22 marzo 2011

RABBIA - Chuck Palahniuk

[...]
Al successivo Ringraziamento, in fila per un posto al tavolo degli adulti c'è Nonna Bel. Poi zio Clem. Poi zio Walt e zia Patty. A sentire Rant, sua mamma era lì che contava sulla punta delle dita: prima che lei potesse mangiare come un'adulta dovevano morire ancora quattro, cinque, sei parenti. Verso la fine del pranzo, nonna Bel comincia a sudare. Ha la febbre a quaranta, eppure dice che sente freddo. Tra gli altri sintomi ci sono capogiri, spossatezza e dolori muscolari.
A sentire Rant, nonna Bel non riesce a respirare perché, come si scopre in seguito, i suoi polmoni si stanno riempiendo di liquido. I reni sono bloccati. A metà strada tra casa Casey e l'ospedale, nonna Bel smette di respirare.

Echo Lawrence: Salta fuori che quella fortunella di nonna Bel si è beccata un virus mortale. Si chiama "hantavirus" e si prende da un animale che Rant chiama "topo dalle zampe bianche". Il topo caga, e la merda secca si sbriciola in polvere. Tu respiri questa merda in polvere, e nel giro di sei settimane il virus ti uccide.
Bel è una vecchia signora col rossetto rosso, il naso incipriato.
Rant ci ha raccontato che il medico legale della contea ha fatto analizzare la polvere nel portacipria di Bel, e ovviamente per metà era merda di topo. Stronzi di topo secchi e macinati. Il piumino da cipria era pieno di merda in polvere. Mistero risolto. Più o meno.

Shot Dunyun: Non sto dicendo che Rant Casey fosse una specie di serial killer naturopata - ragni, pulci, topi e api - ma non mi stupirei se qualcuno lo pensasse. [...]

Da "Rabbia", di Chuck Palahniuk, Ed. Mondadori "Strade blu", 2007, pp. 72-73.

martedì 15 marzo 2011

LO HOBBIT - J.R.R. Tolkien

[...]
"Che cosa sssarà, tesssoro mio?" sussurrò Gollum (che si rivolgeva sempre a se stesso, non avendo mai nessun altro con cui parlare). Proprio per scoprire questo era venuto, poiché al momento, in verità, non aveva molta fame, solo curiosità; altrimenti avrebbe prima ghermito e poi sussurrato.
"Sono il signor Bilbo Baggins. Ho perso i nani, ho perso lo stregone e non so dove sono; né m'importa di saperlo, se solo riesco ad uscire di qui".
"Che cosss'ha in mano?" disse Gollum, guardando la spada, che non gli piaceva affatto.
"Una spada, una lama che fu forgiata a Gondolin!".
"Ssss!" disse Gollum, e si fece educatissimo. "Forse dovremmo sederci qui e chiacchierare un pochettino, tesssoro mio. Gli indovinelli gli piacciono, forse gli piacciono, non è vero?". Era ansioso di mostrarsi amichevole, almeno per il momento e fin tanto che non ne sapesse di più sulla spada e sullo hobbit: se fosse veramente tutto solo, se fosse buono da mangiare, e se lui, Gollum, avesse veramente fame. Gli indovinelli erano la sola cosa che gli fosse venuta in mente. Porli, e talvolta risolverli, era stato l'unico gioco cui avesse mai giocato con altre buffe creature che sedevano nelle loro caverne in un passato lontano lontano, prima di perdere tutti i suoi amici e di essere scacciato via, solo, e di scendere furtivamente nelle tenebre, sotto le montagne.
"Benissimo" disse Bilbo, che era ansioso di mostrarsi d'accordo, fin tanto che non ne sapesse di più su quella creatura: se fosse tutto solo, se fosse aggressivo o affamato, e se fosse un amico degli orchi.
"Comincia tu" disse, perché non aveva avuto il tempo di pensare un indovinello. [...]

Da "Lo hobbit", di J.R.R. Tolkien, Ed. Gli Adelphi, 1994, pp. 92-93.

domenica 6 marzo 2011

L'ULTIMO DISCO DEI MOHICANI - Maurizio Blatto

[...]
Certe volte mi sembra di vivere nel giorno della marmotta, come in quel film con Bill Murray dove tutto si ripete in eterno. Guardo l'orologio e poi chiudo gli occhi. Tra cinque minuti esatti entra quello che compra solo il blues, mezzora e chiama quello da Genova per gli usati italiani.
Non sbaglio mai. Ogni tanto, chiaramente, si pesca un jolly e qualcosa cambia, soprattutto all'apertura.
Una volta ho tirato su la serranda di fronte ad una piazza completamente deserta, una cosa da far resuscitare De Chirico. Nessuno.
Mi sono messo dietro al bancone per scegliere un cd e lui si è materializzato.
E' entrato in silenzio e mi ha sorriso. Ho ricambiato.
Quindi con naturalezza si è sdraiato per terra, la testa sotto la sezione reggae e i piedi diritti. La mani sui fianchi, non una parola.
L'ho guardato da dietro le scatole dei 45 giri e ho pensato ci siamo, questo è il punto di non ritorno.
Chiudo con lui dentro e vado a cercarmi un lavoro da magazziniere. Poi ho lasciato passare un paio di minuti , un'eternità per una situazione simile e gli ho chiesto: "Tutto bene?".
Lui ha aperto le mani come tergicristalli e ha fatto una smorfia di assenso. Tutto perfetto, quindi.
Scartando l'ipotesi di una candid camera per eccesso di banalità, ho immaginato che si trattasse di una pièce teatrale improvvisata, forse Jonesco. Il teatro dell'assurdo.
Comunque qualcosa andava fatto. "Senti un po', non è che ti posso lasciare buttato là sotto. Qualunque sia il tuo problema, per favore alzati". Si è voltato di pochissimo verso di me. "Amico, ti capisco, ma io voglio morire e soltanto da qui sento la musica del mio Paese, cerca di capirmi". Aveva un accento slavo e, in un momento di spontaneismo immaginativo, l'ho mentalmente battezzato Dimitri. "A parte che siamo in silenzio assoluto, ma qualsiasi cosa tu senta lì, non puoi nè morire tanto meno rimanere sdraiato. Se entra qualcuno e ti vede, cosa gli racconto?". Stavolta non si è mosso: "Io sento". Poi, come si fa con i bambini, gli ho piazzato un: "Devo venire lì?". Dimitri, immobile, con lo sguardo dritto sui neon barcollanti dal soffitto mi ha spiegato: "Vivere lontano dal Paese è come fermare il vento con le mani. Non so di più. E' ora che io muoia. Qui". "Molto poetico, ma alzati comunque. Non è che puoi andara a morire in Piazza?". L'ha presa come un'offesa e ha battuto i due palmi delle mani sugli scacchi (quasi) bianchi e neri del pavimento. "Tu non capisci. Io sento qui, qui sotto". Allora sono uscito fuori dal bancone e ho deciso di guardarlo, da uomo in piedi a uomo sdraiato. "Sentimi bene, qua sotto non c'è un bel cazzo di niente, a parte le bottiglie di Amaro Cora e di Petrus della signora che una volta aveva la piola all'angolo. Nient'altro. Quindi adesso mi fai il santo piacere di tirarti su e andare a morire in Piazza, che magari si sente qualcosa anche lì. Dai". Deludere un uomo non è bello, lo so, ma non potevo tenermi Dimitri come tappetino da preghiera o aspettare che tirasse davvero le cuoia sotto i vinili dei Congos. Cosa gli raccontavo alla Polizia, che mi era morto felice con il suono del Paese nelle orecchie? Più che una scusa mi sembrava un verso di Al Bano, così ho aperto la porta e gli ho fatto segno di andarsene. "Dai". Dimitri ha realizzato che non era più aria e lentamente ha imboccato la porta con un'espressione tipo da te non me lo sarei mai aspettato. Un minuto dopo era sdraiato sul muretto della Piazza, nell'indifferenza più totale. Gli hanno parcheggiato una Uno verde infezione con un adesivo di Bart Simpson che mostra il culo a un metro. Ma dalla vetrina lo vedevo ancora. Lui rimaneva immobile, un sarcofago incurante delle pallonate. Un paio di volte sono uscito e gli ho fatto un gesto con il mento, come a dire "e allora?". Dimitri mi ha fatto capire con la mimica che, niente, il suono del Paese lì davvero non lo sentiva. Lo credo, quello della Uno aveva il portellone aperto e Vasco a volume 11, secondo copione. Sono persino stato tentato di farlo rientrare e tenerlo lì, come una pelle di leone, magari faceva anche arredamento. Poi ho cercato qualcosa nel retro e quando mi sono ricordato di Dimitri lui non c'era più. Sparito. Il tempo di guardare che non l'avessero messo come guardialinee per la partitella della Piazza ed è entrato quello del blues. Mezzora dopo hanno chiamato da Genova: "Usati italiani?".

Da "L'ultimo disco dei Mohicani", di Maurizio Blatto, Ed. Castelvecchi, 2010, pp. 126-128.

domenica 27 febbraio 2011

LA CASA DEGLI SPIRITI - Isabel Allende

[...]
Barrabàs arrivò in famiglia per via mare, annotò la piccola Clara con la sua delicata calligrafia. Già allora aveva l'abitudine di scrivere le cose importanti e più tardi, quando rimase muta, scriveva anche le banalità, senza sospettare che, cinquant'anni dopo, i suoi quaderni mi sarebbero serviti per riscattare la memoria del passato, e per sopravvivere al mio stesso terrore. Il giorno in cui arrivò Barrabàs era Giovedì Santo. Stava in una gabbia lercia, coperto dei suoi stessi escrementi e della sue stessa orina, con uno sguardo smarrito di prigioniero miserabile e indifeso, ma già si intuiva - dal portamento regale della sua testa e dalla dimensione del suo scheletro - il gigante leggendario che sarebbe diventato. Era quello un giorno noioso e autunnale, che in nulla faceva presagire gli eventi che la bimba scrisse perché fossero ricordati e che accaddero durante la messa delle dodici, nella parrocchia di San Sebastiàn, alla quale assistette con tutta la famiglia.
In segno di lutto, i santi erano coperti di drappi viola, che le beghine toglievano ogni anno dalla polvere dell'armadio della sacrestia, e, sotto i lenzuoli funebri, la corte celeste sembrava un cumulo di mobili in attesa del trasloco, senza che le candele, l'incenso o i gemiti dell'organo potessero opporsi a questo pietoso effetto. Minacciose masse scure si ergevano al posto dei santi a grandezza naturale, con le loro facce tutte identiche dall'espressione raffreddata, le loro elaborate parrucche di capelli di morto, i loro rubini, le loro perle, i loro smeraldi di vetro colorato e i loro abiti da nobili fiorentini. L'unico favorito dal lutto era il patrono della chiesa, San Sebastiano, perché nella settimana santa veniva risparmiato ai fedeli lo spettacolo del suo corpo contorto in una posizione indecente, trafitto da mezza dozzina di frecce, grondante sangue e lacrime, come un omosessuale sofferente, le cui piaghe, miracolosamente fresche grazie al pennello di padre Restrepo, facevano tremare di ribrezzo Clara.
Era quella una lunga settimana di penitenza e digiuno [...].

E in quel momento, come avrebbe ricordato anni dopo Nivea, in mezzo alla trepidazione e al silenzio, si udì ben nitida la voce della piccola Clara.
- Pst! Padre Restrepo! Se il racconto dell'inferno fosse tutta una bugia, saremmo proprio fregati...
Il dito indice del gesuita, che era rimasto a mezz'aria per indicare nuovi supplizi, rimase sospeso come un parafulmine sopra la sua testa. La gente smise di respirare e quelli che stavano con la testa a ciondoloni si ripresero. I coniugi della Valle furono i primi a reagire sentendo che li invadeva il panico e vedendo che i loro figli cominciavano ad agitarsi nervosi. Severo comprese che doveva far qualcosa prima che esplodesse la risata collettiva o si scatenasse qualche cataclisma celeste. Prese sua moglie per un braccio e Clara per il collo e uscì trascinandole a grandi falcate, seguito dagli altri figli che si precipitarono in gruppo verso la porta. Riuscirono a uscire prima che il sacerdote avesse potuto invocare un fulmine che li trasformasse in statue di sale, ma dalla soglia udirono la sua terribile voce di arcangelo offeso.
- Indemoniata! Superba indemoniata!
[...]

Da "La casa degli spiriti", di Isabel Allende, Ed. Universale Economica Feltrinelli, 1997, pp.11-12; 16.

FRANKENSTEIN - Mary Shelley

[...]
"Il cuore mi batteva forte: era giunta l'ora della prova, che avrebbe confermato le mie speranze o dato corpo alle mie paure. I servitori erano andati a una fiera vicina. Tutto era silenzio, dentro e intorno alla casa; era un'occasione eccellente; tuttavia, mentre stavo per eseguire il mio piano, le gambe mi vennero meno e caddi a terra. Mi alzai di nuovo, e, raccogliendo tutta la forza di volontà di cui ero capace, rimossi le assi che avevo sistemato sul davanti del capanno per nascondere il mio rifugio. L'aria fresca mi rianimò, e con rinnovata determinazione mi avvicinai alla porta del casolare.
"Bussai. "Chi è?" chiese il vecchio. "Entrate."
"Entrai. "Scusate l'intrusione" dissi; "sono un viandante che ha bisogno di un po' di riposo; mi fareste una grande cortesia se mi permetteste di restare per qualche minuto davanti al fuoco."
""Entrate" disse De Lacey, "e cercherò di soddifare i vostri bisogni; sfortunatamente, i miei figli non sono in casa, e io sono cieco, per cui temo che mi sarà difficile procurarvi del cibo."
""Non preoccupatevi, mio buon ospite. Ho del cibo; è di calore e di riposo che ho bisogno."
"Sedetti, e seguì un breve silenzio. Sapevo che ogni minuto era prezioso; tuttavia, ero incerto su come cominciare la conversazione, quando il vecchio mi si rivolse.
""Da come parlate, straniero, suppongo che siate un mio connazionale: siete francese?"
""No, ma sono stato educato da una famiglia francese, e parlo solo questa lingua. Sto andando a chiedere la protezione di alcuni amici che amo sinceramente e sul cui favore nutro qualche speranza."
""Sono tedeschi?"
""No, sono francesi. Ma cambiamo argomento. Io sono un essere solo e sfortunato: mi guardo attorno, e non ho al mondo né un parente né un amico. Queste persone benevole da cui sto andando non mi hanno mai visto e sanno poco di me. Sono pieno di timori, perché se fallisco con loro, sarò per sempre un reietto nel mondo."
""Non disperate. Essere senza amici è veramente una sfortuna, ma il cuore degli uomini, quando non sia preso da ovvi interessi personali, è pieno di carità e di amore fraterno.
Fidatevi dunque delle vostre speranze; e se questi amici sono buoni e gentili, non disperate."
""Sono gentili - sono le creature migliori di questo mondo; ma sfortunatamente hanno dei pregiudizi contro di me. Io sono di carattere buono; la mia vita sin qui è stata senza colpe e, in certo modo, benefica; ma un pregiudizio fatale vela i loro occhi, e laddove dovrebbero vedere un amico sincero e gentile, vedono solo un detestabile mostro."
""Questo è davvero un peccato; ma se voi siete veramente senza colpa, non potete aprir loro gli occhi?"
""Sto per farlo; ed è per questo che mi sento così pieno di paura. Amo teneramente questi amici; per molti mesi, ogni giorno, senza rivelarmi, ho fatto loro delle gentilezze; ma credono che io voglia far loro del male, ed è questo pregiudizio che io desidero dissipare."
""Dove abitano questi amici?"
""Qui vicino."
"Il vecchio fece una pausa, poi continuò: "Se volete confidarmi senza riserve i particolari della vostra storia, forse potrò esservi utile nell'illuminarli. Io sono cieco e non posso giudicarvi dal vostro aspetto, ma c'è qualcosa nelle vostre parole che mi fa credere che siate sincero. Sono povero e in esilio, ma mi darà vero piacere essere in qualche modo d'aiuto a una creatura umana".
""Uomo eccellente! Vi ringrazio e accetto la vostra generosa offerta. Voi mi sollevate dalla polvera con la vostra bontà; è confido che col vostro aiuto non sarò scacciato dalla compagnia e dall'affetto dei vostri simili."
""Che il cielo non voglia! anche se foste davvero un criminale; perché questo potrebbe solo portarvi alla disperazione, e non spingervi alla virtù. Sono anch'io sfortunato: io e la mia famiglia siamo stati condannati benché innocenti; giudicate quindi se non provo compassione per le vostre disgrazie."
""Come posso ringraziarvi, mio eccellente e unico benefattore? E' dalle vostre labbra che sento per la prima volta parole di bontà nei miei confronti; ve ne sarò grato per sempre; e questo vostro senso di umanità mi rassicura della buona riuscita con quegli amici che sto per incontrare."
""Posso sapere il nome di questi amici e dove abitano?"
"Feci una pausa. Questo, pensai, era il momento decisivo, che doveva darmi o privarmi per sempre della felicità. Invano lottai per mantenere la calma e rispondergli con voce ferma; ma lo sforzo mi privò di tutte le energie che mi restavano; mi abbandonai su una sedia, e scoppiai in singhiozzi. In quel momento sentii i passi dei miei giovani protettori. Non avevo un momento da perdere; afferrai la mano del vecchio, e gridai: "Questo è il momento! Salvatemi e proteggetemi! Voi e la vostra famiglia siete gli amici che cerco. Non abbandonatemi nel momento della prova!"
""Gran Dio!" esclamò il vecchio "chi siete?"
"In quell'attimo la porta del casolare si aprì, e Felix, Safie e Agatha entrarono. Chi può descrivere il loro orrore e il loro sgomento quando mi videro? Agatha svenne, e Safie, incapace di soccorrere l'amica, fuggì fuori. Felix si slanciò in avanti e con forza sovrumana mi strappò dalle ginocchia di suo padre che tenevo abbracciate, e in un eccesso di furore mi gettò al suolo e mi colpì violentemente con un bastone. Avrei potuto farlo a pezzi, come il leone sbrana l'antilope. Ma il cuore mi mancò come per un violento malore, e mi trattenni. Vidi che era sul punto di colpirmi di nuovo, quando, sopraffatto dalla pena e dal dolore, abbandonai il casolare e, senza che nessuno se ne accorgesse, nella confusione generale, mi rifugiai nel mio capanno."[...]

Da "Frankenstein", di Mary Shelley, Ed. Oscar Mondadori, 1982, pp. 147-149.

giovedì 24 febbraio 2011

FURORE - John Steinbeck

[...]
Il babbo si voltò verso il fratello. "Fa' sentire la tua opinione. Hai qualcosa in contrario?"
"No," disse zio John, "ma è come far le cose di nascosto. Il nonno non sarebbe contento."
"Non possiamo interpellarlo al riguardo," disse il babbo. "Dobbiamo arrivare in California prima che ci finiscano i soldi."
Tom interloquì: "Pare che il governo s'interessa più ai morti che ai vivi. Capace di dissotterrare un cadavere, se trova una tomba fuori dal cimitero, e fa l'inchiesta per sapere come è morto. Io propongo di lasciare una nota scritta, in una bottiglia, vicino al nonno, che spieghi chi è, come è morto, e perché l'abbiamo sepolto li."
Il babbo fece segno d'approvare la proposta. "Buona idea. Scrivila con bella calligrafia. C'è anche il vantaggio che si sentirà meno solo, sapendo che c'è il suo nome lì con lui, e non è uno sconosciuto qualsiasi abbandonato sotto terra. C'è nessun altro che ha da dire qualcosa?"
Nessuno aprì bocca. Il babbo guardò la mamma. "Lo prepari te il nonno?"
"Si, certo," replicò la mamma, "ma chi pensa alla cena?"
"Penso io," propose Sairy Wilson, "non vi preoccupate, ci penso con l'aiuto della vostra ragazzona."
"Grazie, grazie di cuore," disse la mamma. "Noè, porta i barilotti e tira fuori un po' di carne. Non sarà completamente salata ancora, ma sempre buona da mangiare."
"E noi abbiamo ancora un mezzo sacco di patate," disse Sairy.
La mamma disse al babbo: "Dammi due mezzi dollari." Il babbo si frugò in tasca e le diede le due monete d'argento. Ella andò all'autocarro, trovò la bacinella, la riempì d'acqua ed entrò sotto la tenda. Era quasi buio là dentro. Sairy la raggiunse, accese una candela, l'appiccicò ritta sulla cassetta-tavolino e uscì di nuovo. La mamma ristette un momento a guardare il viso del morto. Poi, presa da compassione, lacerò una striscia dall'orlo del suo grembiale e se ne servì per tener chiusa la mandibola del cadavere. Gli distese le gambe e gli piegò le braccia in croce sul petto. Gli chiuse le palpebre e su ciascuna posò una delle monete d'argento. Gli abbottonò la camica e gli lavò la faccia.
Sairy rientrando domandò se non le occorreva niente. La mamma la guardò e disse: "Venite dentro, mi fa piacere parlare con voi."
Sairy disse: "Gran brava donnina, la vostra Ruth. Sbuccia le patate che è un piacere vederla. Avete bisogno d'aiuto?"
"Volevo lavarlo tutto, ma non ha roba pulita di ricambio. Mi spiace per la vostra coperta. Impossibile levar via da una coperta l'odor della morte. Ricordo un cane che avevamo che, perfino due anni dopo la morte di mia madre, non voleva saperne di fare la cuccia sul materasso dov'era morta. Dovreste lasciarmi questa coperta per avvolgervi il nonno, ve ne do un'altra. Ce n'ho una da darvi."
"Non parlate così. Siamo contenti d'aver potuto esservi d'aiuto. E' da tanto che non mi sentivo così bene, s'ha sempre bisogno d'aiutarsi l'un l'altro."
"E' vero," convenne la mamma. Guardava il morto, con la mandibola fasciata e le palpebre d'argento che luccicavano alla luce della candela. "Non sembra naturale," disse, "è per questo che voglio avvolgerlo nella coperta."
"La nonna l'ha presa abbastanza bene."
"Si, è tanto vecchia, che forse non si rende pienamente conto. Ma è anche per fierezza che s'è mostrata coraggiosa. Il babbo diceva sempre: chiunque è buono d'accasciarsi, solo i forti stanno in piedi sotto il colpo."
Stava avvolgendo la coperta attorno alle gambe e alle spalle del nonno e ne ripiegò il lembo d'un angolo sulla faccia a mo' di cappuccio. Sairy le porse una dozzina di spille di spilli di sicurezza per assicurare accuratamente i lembi della coperta. Alla fine si alzò e disse: "Sarà un discreto funerale, date le circostanze. Abbiamo un predicatore, e tutta la famiglia riunita." Barcollò improvvisamente e dovette appoggiarsi sulla spalla di Sairy. "Non è debolezza," disse, quasi che sentisse vergogna di sé, "è sonno. Non s'è dormito tutta la notte, causa i preparativi."
"Venite fuori all'aperto."
"Si, qui ho finito."
Sairy soffiò sulla candela e le due donne uscirono.

Da "Furore", di John Steinbeck, Ed. Bompiani I Grandi Tascabili, 2000, pp. 155-157.

domenica 20 febbraio 2011

TUTTI I RACCONTI - Roald Dahl

[...]
In effetti, la quantità di carne che la bambina aveva messo su dal giorno prima era straordinaria. Il piccolo petto incavato con tutte le costole in fuori era ora tondo e gonfio come un barilotto, e anche la pancia era bella gonfia. Stranamente, però, braccia e gambe non sembravano cresciute proporzionalmente. Sempre corte e ossute, sembravano degli stecchetti che sporgevano da una palla di grasso.

"Guarda!" disse Albert. "Sta mettendo anche un po' di peluria sul pancino, per tenersi calda!" Allungò una mano e stava per sfiorare con la punta di un dito la peluria leggerissima, morbida, d'un giallo-marrone, che era improvvisamente comparsa sul pancino della bambina.
"Non toccarla!" gridò la madre. Si girò verso di lui, mandando lampi dagli occhi; all'improvviso, col collo allungato verso di lui, sembrava un piccolo uccello pugnace nell'atto di saltargli addosso e beccargli gli occhi, cavarglieli.

"Aspetta un momento", fece lui, ritraendosi.
"Tu devi essere pazzo!"
"Un momento, Mabel, un momento, per piacere, perché se ancora pensi che quella roba è pericolosa... E' questo che stai pensando, vero? E va bene. Allora sta' a sentire. Ora io ti dimostrerò, una volta per tutte, Mabel, che la pappa reale è assolutamente innocua per gli esseri umani, anche in dosi enormi. Per esempio: secondo te perché l'anno scorso la produzione del miele s'è ridotta alla metà del solito? Avanti, di', perché?"

Due o tre passi indietro lo avevano allontanato da lei; ora si sentiva più tranquillo.
"La ragione per cui l'estate scorsa abbiamo avuto solo la metà della produzione del miele", stava dicendo intanto, abbassando la voce, "è solo questa: ho destinato cento delle mie arnie alla produzione della pappa reale."
"Cosa hai fatto?"
"Ah!" sibilò lui. "Lo sapevo che saresti rimasta di stucco. E l'ho fatto proprio sotto il tuo naso." Gli occhietti non la mollavano e una parvenza di sorriso gli stava increspando gli angoli della bocca.
"Non indovinerai mai il perché l'ho fatto", disse. "Ho avuto paura di parlartene perché pensavo che potesse... be'... più o meno imbarazzarti."

Fece una breve pausa. Teneva le dita delle mani incrociate all'altezza del petto e strofinava un palmo contro l'altro, levando un lievissimo stropiccio.
"Ricordi quello che ti ho letto nella rivista? Quell'articolo sui topi? Vediamo, come diceva? 'Still e Burdett scoprirono che un topo maschio incapace fino allora di procreare...'"
Esitò, il sorriso stava allargandosi, mettendo in mostra i denti.

"Ci sei, Mabel? Hai afferrato?"
Lei taceva ancora, sempre immobile, lì di fronte a lui.

"La prima volta che ho letto quella frase, Mabel, ho fatto un salto nella poltrona e mi sono detto: Se la cosa ha funzionato con un topo schifoso, mi sono detto, non c'è motivo al mondo per cui non debba funzionare con Albert Taylor."
Fece un'altra pausa, sporgendo il capo in avanti e volgendo l'orecchio in direzione della moglie, aspettando che dicesse qualcosa.
Ma lei tacque.

"E un'altra cosa, Mabel. Mi fece subito sentire molto bene, una vera e propria meraviglia, Mabel, credimi. Tanto diverso da com'ero prima che ho continuato a prenderne anche dopo che tu mi desti la bella notizia. Secchi interi ne ho presi, secchi e secchi devo averne buttato giù in questi ultimi dodici mesi."

Gli occhi spalancati e spaventati della moglie si muovevano ora lentamente sul viso e sulla gola del marito. Non si vedeva un quadratino di pelle nuda, neanche ai lati, sotto le orecchie. Tutta la gola, fino alla parte che scompariva nel colletto della camicia, era completamente coperta di quei corti peli giallo-marrone morbidi come seta, anche dietro sul collo.

"E guarda", continuò a dire lui, lanciando un'occhiata affettuosa alla figlia, "che su una bambina piccola funzionerà molto meglio che su di un uomo adulto come me. Del resto, basta guardarla, non trovi?"

Lentamente, gli occhi della donna s'abbassarono e si fermarono sulla bambina. Giaceva nuda sulla tavola, grassa e bianca, in stato quasi comatoso, come una gigantesca larva di ape che s'avvicini alla fine del suo periodo larvale ed è pronta a spiccare il volo nel mondo, completa di mandibole e ali.

"Perché non la copri, Mabel? Non vorrai far prendere un raffreddore alla nostra reginetta, vero?"

Da "Tutti i racconti", di Roald Dahl, Ed. Longanesi, 2009, pp. 116-118.

venerdì 18 febbraio 2011

AMERICAN GODS - Neil Gaiman

[...]
"Voi sapete chi sono" disse. "Lo sapete tutti. Qualcuno di voi non ha alcuna ragione di amarmi ma, con o senza amore, mi conoscete lo stesso."
Tra la gente seduta sulle panche corse un brusio, un piccolo trambusto.
"Sono qui da prima di voi. Come voi ho creduto che fosse possibile cavarsela con quel che c'era. Non sufficiente per essere felici, comunque abbastanza per tirare avanti."
"Può darsi che questo ora non sia più possibile. C'è in arrivo una tempesta e non è una tempesta scatenata da noi."
Si fermò. Fece un passo avanti e incrociò le braccia sul petto.
"Venendo in America la gente ci ha portato con sé. Hanno portato me, Loki e Thor, Anansi e il Dio-Leone, leprecauni, coboldi e banshee, Kubera e Frau Holle e Astaroth, e hanno portato voi. Siamo arrivati fin qui viaggiando nelle loro menti, e abbiamo messo radici. Abbiamo viaggiato con i coloni, attraversato gli oceani, verso nuove terre.
"Questa terra è sconfinata. Ben presto la nostra gente ci ha abbandonato, ricordandosi di noi soltanto come creature del paese d'origine, creature che credevano di non aver portato nel nuovo mondo. I nostri fedeli sono morti, o hanno smesso di credere in noi, e siamo stati lasciati soli, smarriti, spaventati e spodestati, a cavarcela con quel poco di fede o venerazione che riuscivamo a trovare. E a sopravvivere come meglio potevamo.
"E così abbiamo fatto, siamo sopravvissuti tenendoci ai margini, senza dare nell'occhio.
"Ammettiamolo, esercitiamo una ben scarsa influenza. Li deprediamo, li derubiamo e sopravviviamo; ci spogliamo, ci prostituiamo e beviamo troppo; lavoriamo alle pompe di benzina e rubiamo e truffiamo e viviamo nelle crepe ai margini della società.
Vecchi dèi, in questa nuova terra senza dèi."

Wednesday fece una pausa per guardare i suoi ascoltatori a uno a uno con la gravità di un uomo di stato. Loro lo fissavano impassibili, i volti impenetrabili come maschere. Wednesday si schiarì la gola e sputò con violenza nel fuoco. Le fiamme si ravvivarono con fragore illuminando l'interno della dimora.
"Adesso, come avete avuto modo di scoprire da soli, in America stanno nascendo nuovi dèi che crescono sopra nodi di fede: gli dèi delle carte di credito e delle autostrade, di Internet e del telefono, della radio e dell'ospedale e della televisione, dèi fatti di plastica, di suonerie e di neon. Dèi pieni di orgoglio, creature grasse e sciocche, tronfie perché si sentono nuove e importanti.
"Sono consapevoli della nostra esistenza, ci temono e ci odiano" continuò Odino. "Vi ingannate, se credete che non sia così. Ci distruggeranno, se glielo permetteremo. E' tempo per noi di unire le forze. E' tempo di agire."

La donna con il sari rosso avanzò verso i bagliori del fuoco. Sulla fronte aveva un piccolo gioiello blu scuro. Disse: "Ci hai fatti venire qui per sentire questi discorsi senza senso?". Poi sbuffò.
Uno sbuffo che era insieme divertito e irritato.
Wednesday la guardò con cipiglio. "Ti ho chiesto di venire fin qui, è vero. Ma questi discorsi un senso ce l'hanno, Mama-ji. Anche un bambino se ne accorgerebbe."
"Sarei una bambina, allora?" Gli agitò un dito contro. "Io ero già vecchia, a Kalighat, prima che tu fossi concepito, vecchio sciocco. Sarei una bambina, eh? D'accordo, lo sono, perché nei tuoi folli discorsi non c'è niente da capire."

Ancora un momento di doppia visione: Shadow vedeva la vecchia signora, il volto scuro raggrinzito dalle rughe e dalla disapprovazione, ma dietro di lei vedeva anche qualcosa di enorme, una donna nuda e nera come una giacca di pelle nuova, con le labbra e la lingue rosse come il sangue arterioso. Intorno al collo portava una collana fatta di teschi, e nelle sue innumerevoli mani teneva coltelli, e spade, e teste mozzate.

"Non ti ho chiamata bambina, Mama-ji" disse Wednesday in tono conciliante. "Ma sembra evidente..."
"L'unica cosa evidente" ribattè la vecchia indicando con un dito ( e dietro di lei, o attraverso, o sopra, un dito scuro con l'artiglio acuminato echeggiava il movimento) "è la tua brama di gloria. In questo paese abbiamo vissuto a lungo in pace. Alcuni di noi se la passano meglio di altri, è vero. Io me la cavo bene. In India c'è una mia incarnazione che se la passa molto meglio, ma così va il mondo. Non sono invidiosa. Ho visto le novità nascere e morire." Lasciò cadere il braccio lungo il fianco. Shadow vide che gli altri la guardavano, con espressioni diverse - rispettose, divertite, imbarazzate - negli occhi. "Qui adoravano la ferrovia, meno di un battito di ciglia fa. E adesso gli dèi di ferro sono finiti nel dimenticatoio come i cercatori di smeraldi..."
"Arriva al dunque, Mama-ji" disse Wednesday. [...]

[...]
Il ristorante era a dieci minuti di macchina. Wednesday aveva detto a tutti che quella sera sarebbero stati suoi ospiti e aveva organizzato il trasporto al ristorante per quelli che erano venuti senza mezzi.
Shadow si chiedeva come avessero fatto ad arrivare fin lì, innanzitutto, senza un mezzo proprio, e come se ne sarebbero andati, ma preferì non dire niente. Gli sembrava la cosa più furba da fare.
La sua macchina si riempì di ospiti; sul sedile accanto al suo aveva preso posto la donna con il sari rosso. Dietro c'erano due uomini, il giovane tarchiato con l'aria strana di cui Shadow non aveva afferrato il nome, che comunque suonava come Elvis, e un altro uomo vestito di scuro che Shadow non riusciva a ricordare.
Era stato in piedi accanto a lui mentre apriva la portiera, gliel'aveva aperta e chiusa, eppure di lui non ricordava niente. Si girò a guardarlo, osservandon con attenzione la faccia, i capelli, i vestiti, facendo di tutto per essere sicuro di riconoscerlo, se l'avesse incontrato di nuovo, e quando tornò a guardare davanti a sé per mettere in moto immediatamente scoprì che l'uomo era scivolato fuori dai suoi ricordi. Gli era rimasta un'impressione di ricchezza, nient'altro.
Sono stanco, pensò. Gettò un'occhiata alla sua destra, alla donna indiana. Notò la collana d'argento con i piccoli teschi che le adornava il collo, il braccialetto portafortuna con le teste e le mani mozzate che tintinnavano come campanelli, quando si muoveva, il gioiello blu in mezzo alla fronte. Profumava di spezie, cardamomo e noce moscata, e di fiori. Aveva i capelli sale e pepe e quando si accorse che lui la stava guardando gli sorrise.
"Chiamami Mama-ji" disse.
"Io sono Shadow, Mama-ji".
"E che cosa ne pensi dei piani del tuo datore di lavoro, signor Shadow?"
Rallentò per lasciare che un grosso furgone nero li superasse spruzzandoli di fango. "Io non faccio domande, lui non dà spiegazioni."
"Se vuoi la mia opinione, penso che stai cercando di fare una grande uscita di scena. Vuole saltare per aria in un alone di gloria. Ecco che cosa vuole. E noi siamo abbastanza vecchi, o abbastanza stupidi, da dirgli di sì, almeno qualcuno di noi."
"Il mio lavoro non è fare domande, Mama-ji" rispose Shadow. L'abitacolo della macchina risuonò della risata argentina della donna.
L'uomo sul sedile posteriore - non il giovane dall'aria strana, l'altro - disse qualcosa, e Shadow gli rispose, ma un momento dopo per niente al mondo avrebbe potuto ricordare che cosa si erano detti. [...]

Da "American Gods", di Neil Gaiman, Ed. Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, 2006, pp. 129-131; 133-134.

lunedì 14 febbraio 2011

MIGUILIM - João Guimarães Rosa

[...]
"Adesso m'insegni ad armare le trappole..." chiedeva Dito, quando l'inverno cessò di colpo, i pappagalletti verdi già passavano, con vocìo trillato, era così bello prima.
A Dito non aveva il coraggio di dir di no. Ma la trappola non veniva come doveva, anche Dito ci si provò, osservava serio, solo lo zio Terêz ne era capace. Per tutto, lo zio Terêz stava lontano.
Tornasse lo
zio Terêz, Miguilim conversava. "Il sanhaço pigola come un flauto... Sembra che impari a suonare..." "Cos'è il flauto, zio Terêz?" Flauto era come uno zufolio, di strumento, somigliava in meglio al pigolio del sanhaço grande, a quel ioioioim... Zio Terêz non doveva farne uno per lui, di bambù, di cannuccia di papaia? Ma, poi, di certo se n'era dimenticato, mai che nessuno avesse tempo, quasi nessuno, avevano tutti da lavorare.

Tomezinho e Dito correvano, nel patio, ognuno con un pezzo di pertica, erano cavallini cui era stato dato perfino il nome. "Giocare, Miguilim!" Giocare a nascondino. Anche la Chica e Drelina giocavano, i cani abbaiavano in modo diverso. Gig
ão quasi che sapeva giocare pure lui. Miguilim correva, sentiva un dolore da una parte. Si arrestava, non aveva più il coraggio di respirare. Non voleva staccarsi dal posto - il dolore dove andar via. Così da un momento all'altro, appena un principio di dolore, che veniva, si posava - allora in un istante, non poteva anche desistere dal posare in lui, e andare via? Se ne andava. Ma non voleva dire niente, lui lo sapeva, e si scorò.

Già era etico. Dunque, doveva morire, proprio, la medicina del sor Deogratias non serviva a niente.
"Dito, che giorno è oggi?"
Dunque, doveva morire; bisognava che pensasse come se già fosse una persona grande? Alzò le manine, tappandosi gli occhi. Il guaio era che uno bisognava che cercasse di pensare soltanto alle cose che doveva fare, ma era la testa che pensava per proprio conto - quel che gli si presentava era ogni sorta di brutte idee su quel che poteva succedere! Meglio le storie. Quella del padre del sor Soande vivo, storia dell'uomo farmacista, Soande. Quello, un bel giorno, pensò di essere arrivato al punto giusto, capace di navigare diritto al cielo, privilegio speciale; e allora dispose di tutto quello che aveva, si accomiatò da tutti, e salì su un albero, di mattina presto, esclamò:
"Bello, bello, che vo in Cielo..." e si lasciò andare, per volare; capitombolò di lassù, si fece molto male in terra. "Ben gli sta!" commentava Nonna Izidra. "Chi pensa di meritare il Cielo, finisce sempre a casa del diavolo!..." Nonna Izindra criticava tutti.

Da "Miguilim", di João Guimarães Rosa, Ed. Universale Economica Feltrinelli, 1999, pp. 49-50

domenica 13 febbraio 2011

IL GIORNO DOPO DOMANI - Allan Folsom

[...]
Kanarack aveva alzato gli occhi dall'acqua che gli turbinava attorno. Respirava meglio; braccia e gambe stavano ritrovando la sensibilità. La siringa era ancora in mano a Osborn. Kanarack pensò che forse gli restava una possibilità. Poi Osborn girò di scatto la testa, come se qualcosa lo avesse colto di sorpresa. Kanarck seguì la direzione del suo sguardo. Un uomo alto, con impermeabile e cappello, stava scendendo verso di loro. Aveva in mano qualcosa. Alzò il braccio.

Un secondo più tardi, si udì un suono come se una decina di picchi si fossero messi all'opera contemporaneamente su un albero. L'acqua prese a ribollire. Osborn sentì qualcosa penetrargli nella coscia, e cadde. L'acqua ribolliva ancora. Osborn tentò di rialzarsi e vide l'uomo col cappello entrare nel fiume. La cosa che aveva in mano continuava a emettere le sue raffiche secche.

Osborn si immerse e cominciò a nuotare. Rumori smorzati, come di proiettili, gli giungevano da sopra. Sott'acqua, la poca luce del pomeriggio svanì del tutto. Non sapeva quale direzione stesse seguendo. Qualcosa lo colpì, si attaccò al suo corpo. Poi la corrente si impossessò di lui. La cosa si staccò, venne trascinata via. I polmoni di Osborn stavano per scoppiare per la mancanza d'aria, ma la forza della corrente lo trascinava giù, verso il fondo del fiume. Di nuovo, la cosa entrò in collisione con lui, e Osborn si rese conto di essere impigliato. Allungò le braccia, cercò di liberarsi.
L'oggetto era massiccio; sembrava un tronco d'albero coperto di muschio, e non voleva staccarsi. I suoi polmoni stavano per implodere. Doveva assolutamente respirare, ignorare la cosa che gli si era attaccata, e fare l'impossibile per emergere in superficie. Scalciò con tutta la sua forza, diede un colpo all'indietro con le braccia e schizzò verso l'alto.

Un attimo dopo, la sua testa emerse in superficie. Boccheggiante, Paul riempì d'aria i polmoni. Si stava muovendo a una velocità notevole. Riusciva appena a intravedere la riva del fiume, alla sua destra. Girando la testa, vide i fari delle automobili che correvano sulla strada alle sue spalle, e capì di essere al centro del fiume, trascinato dalla vorticosa corrente della Senna.

Emergendo in superficie, si era liberato della cosa impigliata al suo corpo; o almeno lo credeva, perché adesso era libero. La corrente aveva ripreso a trascinarlo via quando, all'improvviso, andò di nuovo a sbattere contro la cosa. Si girò, vide un oggetto oscuro che aveva un ciuffo d'erba all'estremità più vicina a lui. Fece per spingerlo via. Una mano emerse in superficie e gli si aggrappò al braccio. Con un urlo d'orrore, Osborn tentò di liberarsi. Ma la stretta della mano era salda. Poi scoprì che ciò che aveva preso per erba non era fatto erba: erano capelli. In distanza, sentì un rombo di tuono. La pioggia si fece torrenziale. Osborn si dimenò, tentò di staccare quelle dita dal proprio braccio. La cosa ruotò su se stessa, restò a galleggiare girata su un fianco. Urlando, lui cercò di allontanarla, ma la cosa non si muoveva. Quando esplose un lampo, Osborn si ritrovò a fissare un occhio sanguinante, mostruosamente trafitto da frammenti di denti. Sull'altro lato del viso non c'era alcun occhio, solo una massa di carne sanguinolenta. Un attimo dopo, la cosa balzò su ed emise un gemito. Poi la mano, poco per volta, si staccò dal braccio di Osborn, e ciò che restava di Henri Kanarack venne trascinato via dalla corrente.

Da "Il giorno dopo domani", di Allan Folsom, Ed.TEA, 2001, pp. 142-143.

GENTE DI DUBLINO - James Joyce

[...]
"Grazie, Maria".
Maria disse poi di aver portato qualcosa di speciale per papà e mamma, qualcosa che avrebbero sicuramente gradito, e si mise a cercare il plumcake. Frugò nella borsa di Downes e poi nelle tasche dell'impermeabile e infine sull'attaccapanni, ma non riuscì a trovarlo da nessuna parte. Poi chiese ai bambini se qualcuno di loro l'avesse mangiato - per sbaglio, naturalmente - ma tutti i bambini risposero di no e assunsero l'aria di non gradire i dolci se poi dovevano essere accusati di averli rubati.
Ognuno propose una propria soluzione del mistero e la signora Donnelly disse che Maria doveva averlo sicuramente dimenticato in tram. Maria, ricordandosi di come si era confusa davanti a quel signore dai baffi grigiastri, arrossì con un misto di vergogna, rabbia e delusione.
Al pensiero di aver sciupato la sua piccola sorpresa e di aver gettato per niente i due scellini e quattro pence, per poco non scoppiò a piangere.
Ma Joe disse che non importava e la fece accomodare accanto al camino. Con lei era molto gentile. Le raccontò di come andavano le cose nel suo ufficio e le ripetè una bella risposta che aveva dato al suo principale.
Maria non capiva perché Joe trovasse tanto da ridere in quella risposta, ma disse che doveva essere difficile andar d'accordo con una persona autoritaria come il suo padrone. Joe disse che a saperlo prendere per il verso giusto non era un tipo cattivo, anzi era una brava persona fintanto che non lo si contrariava. La signora Donnelly si mise a suonare il piano per i bambini e loro ballarono e cantarono. Poi le due figlie del vicino cominciarono a distribuire le noci.
Ma nessuno riuscì a scovare lo schiaccianoci e per poco questo non fece arrabbiare Joe, che cominciò a chiedere in giro come avrebbe fatto Maria a schiacciar le noci senza lo schiaccianoci.
Maria però disse che le noci non le piacevano e che non si dovevano preoccupare per lei.
Allora Joe le chiese se in compenso avrebbe gradito una bottiglia di birra e la signora Donnelly aggiunse che, se lo preferiva, avevano anche del porto in casa. Maria disse allora che non aveva bisogno di niente; ma Joe insistette.

da "Gente di Dublino", di James Joyce, Ed. Universale Economica Feltrinelli I CLASSICI, 1998, pp. 94-95.

domenica 6 febbraio 2011

IL CARTEGGIO ASPERN - Henry James

[...]
Mentre i fiori continuavano ad arrivare non mi aveva mai ringraziato, ma si era discostata dalle sue abitudini fino a mandarmi a chiamare non appena aveva cominciato a temere che potessero non arrivare più. Lo notai; ricordavo quali rapaci propensioni avesse dimostrato quando si trattava di estorcermi denaro, e mi rallegrai nell'intimo della felice idea che avevo avuto nel sospendere il tributo. Ne aveva sentito la mancanza e desiderava fare delle concessioni per recuperarlo. Al primo segno di tali concessioni non potevo non venirle incontro.
"Temo che ultimamente non ne abbiate avuti molti, ma ricominceranno subito - domani, stasera".
"Oh, mandatecene un po' stasera!" esclamò Miss Tita, come si trattasse di un caso di importanza immensa.
"Cos'altro dovreste farne? Non è un gusto virile, trasformare la vostra stanza in una pergola", osservò la vecchia.
"Non trasformo la mia stanza in una pergola, ma amo smodatamente coltivarli, osservarne la vita. Non vi è nulla di non virile in questo: è stato il divertimento di filosofi, di statisti in pensione; credo addirittura di grandi capitani".
"Suppongo sappiate che si possono vendere - quelli che non vi servono - proseguì Miss Bordereau -. Oso dire che non ve li pagherebbero molto; ma sarebbe comunque un affare".
"Oh, affari non ne ho fatti mai, come voi dovreste sapere. E' il mio giardiniere che ne dispone, e io non faccio domande".
"Io invece qualcuna ne farei, ve lo assicuro!" disse Miss Bordereau; ed era la prima volta che la sentivo ridere. Non mi riusciva di abituarmi all'idea che ciò che più eccitava la divina Juliana era questa visione di un profitto pecuniario.
"Venite voi stessa a raccoglierli in giardino; venite tutte le volte che volete; venite ogni giorno. Sono tutti per voi", incalzai, rivolgendomi a Miss Tita e agevolando la via a tale verace asserzione col trattarla come uno scherzo innocente. "Non capisco perché non venga", aggiunsi, ad uso di Miss Bordereau.
"Siete voi che dovete farla venire; dovreste venir su a prenderla - disse la vecchia, con mia stupefazione -. Quella strana cosa che avete costruito nell'angolo, le andrebbe magnificamente per sedercisi".
L'allusione al pergolato era irriverente e confermava l'impressione che già avevo avuto, che vi fosse una scintilla di impertinenza nei discorsi di Miss Bordereau, uno strano spirito beffardo che doveva aver fatto parte della sua avventurosa gioventù e che era sopravvissuto a facoltà e passioni. Cionondimeno chiesi, "Non vi sarebbe possibile venir giù voi stessa? Non vi farebbe bene star seduta all'ombra, con quest'aria così dolce?"
"Oh, signore, quando uscirò di qui non sarò per starmene seduta all'aria aperta, e temo che ciò che mi si muoverà attorno non sarà particolarmente dolce! Sarà un'ombra molto fitta davvero. Ma non è ancora il momento", proseguì Miss Bordereau, maliziosamente, come per rettificare le speranze che questa coraggiosa allusione all'ultimo ricettacolo della sua mortalità potesse avermi indotto a nutrire. "Sono stata seduta qui per molti giorni e di pergole ne ho avute abbastanza ai miei tempi. Ma non ho paura di attendere la mia chiamata".[...]

da "Il carteggio Aspern", di Henry James, Ed. tascabili Marsilio, 1998, pp. 67-68.


sabato 29 gennaio 2011

IL COMMISSARIO - Sven Hassel

[...]
"Avanti, avanti", grida il Vecchio, dandomi una spinta.
Un razzo illuminante si accende sopra le nostre teste. I venticinque uomini della nostra sezione si trasformano in venticinque statue. Per vari minuti restiamo lì, privi di qualsiasi difesa, inerti in quella luce abbagliante e portatrice di morte. Poi ci avvolge di nuovo l'oscurità protettrice.
La notte sembra piena di sagome che corrono e che saltano. Ovunque regna la confusione. Stiamo tutti correndo di qua e di là nel buio, russi e tedeschi. Bombe a mano vengono scagliate nelle case. Soldati feriti e morenti urlano con voci stridule.

In mezzo alla strada, un T-34 compie un vertiginoso giro su sè stesso e poi esplode con un accecante bagliore.
Dal centro della città continuano a provenire esplosioni e il rumore della battaglia in corso.
"Speriamo che non facciano a pezzi la casa di Tania, a fuira di sparare", dice Porta, preoccupato.
"Forse è tutta colpa del commissario, che è venuto a prendere la sua donna", fa Gregor con una risata breve e triste.
"Tutto ha l'importanza di un peto in un colabrodo", sospira Porta. "Da quando sono nato mi rendo sempre più conto che l'unica cosa preziosa che uno possiede è la sua povera e preziosa vita."
Stanchi, ci sdraiamo a terra al riparo di una piccola altura.
"Anatre!" esclama Porta assumendo la posa di un cane da punta. Ha ragione. Si può distinguere il tranquillo qua-qua di uno stormo di anatre.
"Se riusciamo ad acciuffarne un paio, vi farò assaggiare l'anatra con il riso alla portoghese", promette, leccandosi le labbra all'idea. "Roba degna degli dèi! Prima di tutto si prende un po' di riso - quando avete preso le anatre, s'intende - e poi alcune cipolle che è facile trovare, e così pure dicasi delle carote. Infine ci vogliono qualche pomodoro, dell'olio, sale e pepe. Secondo la ricetta, il riso deve bollire nel grasso d'anatra cui si aggiunge lentamente dell'acqua in fasi di bollitura. Io, tuttavia, preferisco il vino all'acqua. Stendete bene il riso sul piatto e posate sopra la porzione di anatra. Quindi tritate bene insieme i pomodori con le cipolle e metteteli sopra il resto. L'aroma è gustoso, vi assicuro, come quello che si sentiva alla Vigilia di Natale prima della guerra." [...]

Gregor mi segue a ruota. E' così buio che riusciamo a vedere solo un paio di metri davanti a noi.
A un certo punto inciampo in qualcosa che si rivela una carriola capovolta. Impreco in silenzio. Un elmetto russo emerge dall'oscurità. Più rapido del pensiero, Gregor lancia le sue bolas: il micidiale laccio si arrotola intorno al collo del russo, dalla cui gola esce solo un rauco rantolo prima che finisca a terra.
"Che diavolo state combinando?" chiede Albert, preoccupato, appiattendosi a terra dalla paura.
"Gesù, Gesù!" esclama, quando scorge il russo morto.
"Tra poco mi verrà un collasso nervoso! Che il diavolo si porti il mio papà, che non ha saputo far di meglio che suonare i timpani per gli ussari prussiani! Avrebbe dovuto restarsene a casa nella sua capanna di paglia e non permettere che il suo figliolo migliore venisse coinvolto in questa terribile guerra scatenata dai tedeschi per vendetta."
"Cristo!" grida Gregor terrorizzato, quando una colossale fiammata rossa spezza l'oscurità e si eleva come una campanile di fuoco verso il cielo fino ad allargarsi in una nube a forma di fungo. Sembra un orribile miraggio, spuntato improvvisamente dal nulla.
Semiaccecati e assordati fissiamo la diabolica fiammata rossa. Questa cresce e cresce e diventa un brillante ombrello color rosso carminio di enormi proporzioni, intento a vomitare lingue di fuoco gialle e bianche simili a tante rose. Lentamente, il gigantesco fiore di fuoco si trasforma in milioni di fiammelle.
Tutto il firmamento e il campo di battaglia sono tinti di rosso.
Porta e due russi emergono correndo da quell'immensa vampa rossa, trasformata in un unico rombante e indescrivibile inferno.
"Scappa, maledizione!" esclama il Vecchio in tono disperato, tirandomi per la spalla.
Con la sensazione di stare assistendo a uno spettacolo irreale lo seguo. Le gambe si muovono automaticamente.
Un russo con un Kalashnikov appeso di traverso sul petto ci sorpassa. Uno spostamento d'aria rovente ci getta a terra.
Storditi, ci rialziamo e c'inoltriamo nell'acqua gelida del ruscello che comincia lentamente a riscaldarsi. Immergo la bustina nell'acqua e poi me la poso sulla faccia per proteggerla.
"Tovarish!" urla un russo in preda al terrore quando andiamo a sbattere l'uno contro l'altro a metà del ruscello.
"Idioti!" urla, indicando con la mano il rombante mare di fiamme. Poi si rimette a correre facendo schizzare l'acqua tutto intorno.
Dopo un po', il resto della sezione comincia a radunarsi intorno a quello che rimane d'una fontana a pezzi. Il cosacco di granito che si trovava al centro della fontana stessa non ha perso solo la testa, ma anche il resto del tronco. Nel bacino della fontana rimangono in piedi solo i pantaloni e gli stivali di pietra.
"Che diavolo è stato?" chiedo, applicando la pomata speciale sulle ustioni che paiono divorarmi la carne.
"E' quel pazzo di Porta che ha tirato, per dirla così, la catena, minacciando di farci annegare tutti nel cesso", ringhia il Vecchio, lanciando un'occhiata rabbiosa a Porta.
"Ma chi, in nome del demonio, poteva immaginarsi che era un fottuto enorme deposito di benzina? " ansima Gregor, rovesciandosi dell'acqua sul faccione rosso, tutto coperto di ustioni.
"Pensavo di girare la manopola della combinazione di una cassaforte", si scusa Porta. "Sembrava proprio una di quella. Sapete, no, come vanno queste cosa? Un giretto a sinistra e poi un giretto a destra e improvvisamente sei ricco. In questo caso, comunque, il risultato è stato leggermente diverso. Mi è venuto proprio un accidente quando mi sono ritrovato in mezzo a quel falò insieme a un paio di Ivan."

Da "Il commissario", di Sven Hassel, Ed. Tascabili Sonzogno - Best seller, 2001, pagg. 87; 92-94.


RAGAZZI DI VITA - Pier Paolo Pasolini

[...]
"Annamo all'ospedale a trovà Marcello." "Chi Marcello?" fece Lupetto che non lo conosceva.
"Marcello, er fijo de 'a pantalonara," spiegò un altro. "Ce lo sai che sta a morì?" disse allora Agnolo.
"Come sarebbe a morì," chiese l'altro incredulo, "ma si è rotto na costola, che, se more pe na costola rotta?" "Ma vaffan...," disse Agnolo, "ma si me l'ha detto 'a sorella che na costola jè entrata dentro ar fegato, boh, ne' a mirza, che ne so..."
"Daje, a Agnolè," fece frettoloso Oberdan, "che restamo indietro." "Se vedemo," salutarono allora Lupetto e gli altri, sciamando giù verso Donna Olimpia. Agnolo e Oberdan con una corsa raggiunsero la famiglia di Marcello, che stava imboccando il sentiero sul prato che portava al piazzale di Monteverde Nuovo, e senza dir niente gli andarono appresso per le strade deserte della domenica pomeriggio, battute dal sole, fino davanti ai cancelli dell'ospedale.

Marcello fu tutto contento di vederli. "Nun ce volevano fà entrà," gli comunicò subito Agnolo, ancora tutto sdegnato contro i custodi. Marcello non si lasciò scappare l'occasione per esprimere il suo parere al riguardo: "Qqua," fece, "so' tutti da naso! E le mòniche peggio dell'artri, che ve credete..."
Lo sforzo che aveva fatto a parlare lo aveva fatto venire più bianco del lenzuolo, ma lui non ci faceva caso.
"Avete visto Zambuia, che?" s'informò subito guardando Agnoletto e Oberdan con gli occhi che gli luccicavano di curiosità.
"E chi 'o vede mai," fece con un certo disprezzo Agnolo, che non sapeva del cagnoletto.
"Si è che 'o vedi," insistette Marcello un pochetto dispiaciuto, "dije che me tratti bbene er cagnoletto mio, che poi je do un'antra piotta. Lui ce lo sa de che se tratta."
"Va bbene," fece Agnolo.
"E azzittete un pochetto, no," disse la madre di Marcello, inquieta, vedendo che il figlio a parlare s'allaccava e impallidiva. [...]

"Ma che c'avete?" disse Marcello con un filo di voce.
La madre continuò a piangere ancora più disperata, senza sapersi trattenere, e cercando di soffocare i singhiozzi contro le lenzuola.
Marcello si guardò intorno meglio, come se stesse pensando intensamente a qualcosa.
"Ah, ma allora," disse dopo un poco, "me ne devo proprio annà!"
Nessuno gli disse niente. "Ma allora," riprese Marcello, guardando fisso quelli che gli stavano intorno, "devo proprio morì..."
Agnolo e l'altro se ne stavano zitti e accigliati. Dopo qualche minuto di silenzio, Agnolo si fece coraggio, s'accostò al letto e toccò Marcello s'una spalla: "Noi te salutamo, a Marcè," disse, "se ne dovemo annà, mo, che c'avemo 'a puntata coll'amici."
"Ve saluto, a Agnolè!" disse con voce debole ma ferma Marcello. Poi dopo aver pensato un momento, aggiunse ancora: "E salutateme tutti giù a Donna Olimpia, si è proprio ch'io non ce ritorno ppiù... E dìteje che nun s'accorassero tanto!"
Agnolo spinse Oberdan per una spalla, e se ne andarono giù per la corsia ormai quasi buia, senza dire una parola.

Da "Ragazzi di vita", di Pier Paolo Pasolini, Ed. Garzanti Elefanti, 2000, pagg. 57-60.


giovedì 20 gennaio 2011

DO ANDROIDS DREAM OF ELECTRIC SHEEP? - Philip K. Dick

[...]
John Isidore said, "I found a spider."
The three androids glanced up, momentarily moving their attention from the TV screen to him.
"Let's see it,", Pris said. She held out her hand.
Roy Baty said, "Don't talk while Buster is on."
"I've never seen a spider," Pris said. She cupped the medicine bottle in her palms, surveying the creature whithin. "All those legs. Why's it need so many legs, J.R.?"
"That's the way spiders are," Isidore said, his hearth pounding; he had difficulty breathing. "Eight legs."
Rising to her feet, Pris said, "You know what I think, J.R.?
I think it doesn't need all those legs."
"Eight?" Irmgard Baty said. "Why couldn't it get by on four? Cut four off and see."
Impulsively opening her purse she producted a pair of clean, sharp cuticle scissors, which she passed to Pris.

A weird terror struck at J.R. Isidore.

Carrying the medicine bottle into the kitchen Pris seated herself at J.R. Isidore's breakfast table. She removed the lid from the bottle and dumped the spider out. "It probably won't be able to run as fast," she said, "but there's nothing for it to catch around anyhow. It'll die anyway."

She reached for the scissors.

"Please," Isidore said.

Pris glanced up inquiringly. "Is it worth something?"
"Don't mutilate it," he said wheezingly. Imploringly.
With the scissors Pris snipped off one of the spider's legs.
[...] Pris clipped off another leg, restraining the spider with the edge of her hand. She was smiling.
[...] Pris had now cut three legs from the spider, which crept about miserably on the kitchen table, seeking a way out, a path to freedom. It found none.
[...] "How's the spider?" she bent over Pris's shoulder.
With the scissors Pris snapped off another of the spider's legs.
"Four now," she said. She nudged the spider. "He won't go. But he can."

Roy Baty appeared at the doorway, inhaling deeply, an expression of accomplishment on his face.
[...] He came over to look curiosly at the spider.
"It won't try to walk," Irmgard said.
"I can make it walk." Roy Baty got out a book of matches, lit a match; he held it near the spider, closer and closer, unti at last it crept feebly away.
"I was right," Irmgard said. "Didn't I say it could walk with only four legs?" She peered up expectantly at Isidore. "What's the matter?" Touching his arm she said, "You didn't lose anything; we'll pay you what that - what's it called? - that Sidney's catalogue says. Don't look so grim. Isn't that something about Mercer, what they discovered? All that research? Hey, answer." She prodded him anxiously.
[...]

Da "Do androids dream of electric sheep?", di Philip. K. Dick, Ed. SF Masterworks, 2009, pagg. 162-166.