[...]
"Voi sapete chi sono" disse. "Lo sapete tutti. Qualcuno di voi non ha alcuna ragione di amarmi ma, con o senza amore, mi conoscete lo stesso."
Tra la gente seduta sulle panche corse un brusio, un piccolo trambusto.
"Sono qui da prima di voi. Come voi ho creduto che fosse possibile cavarsela con quel che c'era. Non sufficiente per essere felici, comunque abbastanza per tirare avanti."
"Può darsi che questo ora non sia più possibile. C'è in arrivo una tempesta e non è una tempesta scatenata da noi."
Si fermò. Fece un passo avanti e incrociò le braccia sul petto.
"Venendo in America la gente ci ha portato con sé. Hanno portato me, Loki e Thor, Anansi e il Dio-Leone, leprecauni, coboldi e banshee, Kubera e Frau Holle e Astaroth, e hanno portato voi. Siamo arrivati fin qui viaggiando nelle loro menti, e abbiamo messo radici. Abbiamo viaggiato con i coloni, attraversato gli oceani, verso nuove terre.
"Questa terra è sconfinata. Ben presto la nostra gente ci ha abbandonato, ricordandosi di noi soltanto come creature del paese d'origine, creature che credevano di non aver portato nel nuovo mondo. I nostri fedeli sono morti, o hanno smesso di credere in noi, e siamo stati lasciati soli, smarriti, spaventati e spodestati, a cavarcela con quel poco di fede o venerazione che riuscivamo a trovare. E a sopravvivere come meglio potevamo.
"E così abbiamo fatto, siamo sopravvissuti tenendoci ai margini, senza dare nell'occhio.
"Ammettiamolo, esercitiamo una ben scarsa influenza. Li deprediamo, li derubiamo e sopravviviamo; ci spogliamo, ci prostituiamo e beviamo troppo; lavoriamo alle pompe di benzina e rubiamo e truffiamo e viviamo nelle crepe ai margini della società.
Vecchi dèi, in questa nuova terra senza dèi."
Wednesday fece una pausa per guardare i suoi ascoltatori a uno a uno con la gravità di un uomo di stato. Loro lo fissavano impassibili, i volti impenetrabili come maschere. Wednesday si schiarì la gola e sputò con violenza nel fuoco. Le fiamme si ravvivarono con fragore illuminando l'interno della dimora.
"Adesso, come avete avuto modo di scoprire da soli, in America stanno nascendo nuovi dèi che crescono sopra nodi di fede: gli dèi delle carte di credito e delle autostrade, di Internet e del telefono, della radio e dell'ospedale e della televisione, dèi fatti di plastica, di suonerie e di neon. Dèi pieni di orgoglio, creature grasse e sciocche, tronfie perché si sentono nuove e importanti.
"Sono consapevoli della nostra esistenza, ci temono e ci odiano" continuò Odino. "Vi ingannate, se credete che non sia così. Ci distruggeranno, se glielo permetteremo. E' tempo per noi di unire le forze. E' tempo di agire."
La donna con il sari rosso avanzò verso i bagliori del fuoco. Sulla fronte aveva un piccolo gioiello blu scuro. Disse: "Ci hai fatti venire qui per sentire questi discorsi senza senso?". Poi sbuffò.
Uno sbuffo che era insieme divertito e irritato.
Wednesday la guardò con cipiglio. "Ti ho chiesto di venire fin qui, è vero. Ma questi discorsi un senso ce l'hanno, Mama-ji. Anche un bambino se ne accorgerebbe."
"Sarei una bambina, allora?" Gli agitò un dito contro. "Io ero già vecchia, a Kalighat, prima che tu fossi concepito, vecchio sciocco. Sarei una bambina, eh? D'accordo, lo sono, perché nei tuoi folli discorsi non c'è niente da capire."
Ancora un momento di doppia visione: Shadow vedeva la vecchia signora, il volto scuro raggrinzito dalle rughe e dalla disapprovazione, ma dietro di lei vedeva anche qualcosa di enorme, una donna nuda e nera come una giacca di pelle nuova, con le labbra e la lingue rosse come il sangue arterioso. Intorno al collo portava una collana fatta di teschi, e nelle sue innumerevoli mani teneva coltelli, e spade, e teste mozzate.
"Non ti ho chiamata bambina, Mama-ji" disse Wednesday in tono conciliante. "Ma sembra evidente..."
"L'unica cosa evidente" ribattè la vecchia indicando con un dito ( e dietro di lei, o attraverso, o sopra, un dito scuro con l'artiglio acuminato echeggiava il movimento) "è la tua brama di gloria. In questo paese abbiamo vissuto a lungo in pace. Alcuni di noi se la passano meglio di altri, è vero. Io me la cavo bene. In India c'è una mia incarnazione che se la passa molto meglio, ma così va il mondo. Non sono invidiosa. Ho visto le novità nascere e morire." Lasciò cadere il braccio lungo il fianco. Shadow vide che gli altri la guardavano, con espressioni diverse - rispettose, divertite, imbarazzate - negli occhi. "Qui adoravano la ferrovia, meno di un battito di ciglia fa. E adesso gli dèi di ferro sono finiti nel dimenticatoio come i cercatori di smeraldi..."
"Arriva al dunque, Mama-ji" disse Wednesday. [...]
[...]
Il ristorante era a dieci minuti di macchina. Wednesday aveva detto a tutti che quella sera sarebbero stati suoi ospiti e aveva organizzato il trasporto al ristorante per quelli che erano venuti senza mezzi.
Shadow si chiedeva come avessero fatto ad arrivare fin lì, innanzitutto, senza un mezzo proprio, e come se ne sarebbero andati, ma preferì non dire niente. Gli sembrava la cosa più furba da fare.
La sua macchina si riempì di ospiti; sul sedile accanto al suo aveva preso posto la donna con il sari rosso. Dietro c'erano due uomini, il giovane tarchiato con l'aria strana di cui Shadow non aveva afferrato il nome, che comunque suonava come Elvis, e un altro uomo vestito di scuro che Shadow non riusciva a ricordare.
Era stato in piedi accanto a lui mentre apriva la portiera, gliel'aveva aperta e chiusa, eppure di lui non ricordava niente. Si girò a guardarlo, osservandon con attenzione la faccia, i capelli, i vestiti, facendo di tutto per essere sicuro di riconoscerlo, se l'avesse incontrato di nuovo, e quando tornò a guardare davanti a sé per mettere in moto immediatamente scoprì che l'uomo era scivolato fuori dai suoi ricordi. Gli era rimasta un'impressione di ricchezza, nient'altro.
Sono stanco, pensò. Gettò un'occhiata alla sua destra, alla donna indiana. Notò la collana d'argento con i piccoli teschi che le adornava il collo, il braccialetto portafortuna con le teste e le mani mozzate che tintinnavano come campanelli, quando si muoveva, il gioiello blu in mezzo alla fronte. Profumava di spezie, cardamomo e noce moscata, e di fiori. Aveva i capelli sale e pepe e quando si accorse che lui la stava guardando gli sorrise.
"Chiamami Mama-ji" disse.
"Io sono Shadow, Mama-ji".
"E che cosa ne pensi dei piani del tuo datore di lavoro, signor Shadow?"
Rallentò per lasciare che un grosso furgone nero li superasse spruzzandoli di fango. "Io non faccio domande, lui non dà spiegazioni."
"Se vuoi la mia opinione, penso che stai cercando di fare una grande uscita di scena. Vuole saltare per aria in un alone di gloria. Ecco che cosa vuole. E noi siamo abbastanza vecchi, o abbastanza stupidi, da dirgli di sì, almeno qualcuno di noi."
"Il mio lavoro non è fare domande, Mama-ji" rispose Shadow. L'abitacolo della macchina risuonò della risata argentina della donna.
L'uomo sul sedile posteriore - non il giovane dall'aria strana, l'altro - disse qualcosa, e Shadow gli rispose, ma un momento dopo per niente al mondo avrebbe potuto ricordare che cosa si erano detti. [...]
Da "American Gods", di Neil Gaiman, Ed. Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, 2006, pp. 129-131; 133-134.